60 miliardi di euro di prestito forzoso a carico degli italiani ?

dicembre 10, 2013 in Senza categoria

Illustre Ministro della Giustizia,

come cittadino, come notaio e come docente universitario di diritto, sento il dovere di segnalarLe una iniziativa legislativa palesemente incostituzionale: Proposta di modifica n. 3.122 al DDL n. 1120, (testo 2) a firma dei Senatori FINOCCHIARO, DE MONTE, LO MORO.

L’emendamento, approvato al Senato, prevede un prestito forzoso a favore dello stato, su poco meno di 500.000 compravendite immobiliari, all’anno, il cui valore medio in Italia è di poco meno di € 120.000 (dati ISTAT e Agenzia del Territorio). Si tratta dunque di un prestito forzoso di € 60.000.000.000 (sessanta miliardi di euro) l’anno, che colpisce nel 95% dei casi cittadini medi.  Non si può definire altrimenti l’obbligo di versare l’intero prezzo sul conto corrente dedicato del notaio rogante, in attesa dell’effettuazione degli adempimenti conseguenti all’atto notarile di compravendita, mentre “gli interessi sulle somme depositate, al netto delle spese di gestione del servizio, sono finalizzate a rifinanziare i fondi di credito agevolato, riducendo i tassi della provvista dedicata, destinati ai finanziamenti alle piccole e medie imprese, individuati dal decreto di cui al comma 15-sexies”.

L’articolo 42 terzo comma della Costituzione recita: “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.” Poiché la finalità di protezione dell’acquirente è già tutelata mediante la possibilità di trascrivere il preliminare, non vi è nessun nesso fra il prelievo forzoso degli interessi e la tutela dell’acquirente. Gli addotti motivi di interesse generale sono: 
innanzitutto di fatto non sussistenti e, in secondo luogo, comunque inadeguati a giustificare un esproprio senza indennizzo.

Se si volesse configurare la norma come una nuova tassa a carico del cittadino, ciò sarebbe innanzitutto politicamente incoerente con la promessa del Governo di cui Lei è Ministro, di non aumentare la pressione fiscale, in secondo luogo anche incostituzionale: una “patrimoniale” del 100% sugli interessi del prezzo depositato dal compratore viola il principio della capacità contributiva (art. 53 della Costituzione).

Segnalo la cosa, in quanto nel fiume di emendamenti presentati alla legge di stabilità questo, nel suo apparente tecnicismo, potrebbe non apparire per quello che è, ossia una nuova forma di pesante, illegittimo prelievo fiscale che crea un ulteriore fossato fra il cittadino e l’acquisto della casa, che andrebbe ad aggiungersi alla estrema difficoltà di ottenere credito (le banche hanno raddoppiato l’acquisto di titoli del debito pubblico e fortemente ridotto il credito alle famiglie ed alle imprese), deprimendo ulteriormente un mercato che negli ultimi cinque anni è calato di circa il 50%. 

Mentre per le strade d’Italia si manifesta il disagio sociale e forme di disobbedienza civile persino fra le Forze dell’Ordine, duole constatare che l’emendamento in oggetto ha trovato appoggio ampio fra le forze politiche rappresentate al Senato (persino di un possibile candidato alla Presidenza della Repubblica). Se non si trattasse di una iniziativa individuale dei tre Senatori firmatari, significherebbe che ampia parte delle forze politiche presenti in Senato, supporta questo tipo di prelievo fiscale, nuovo in Italia e tristemente noto solo in ordinamenti giuridici che hanno visto lo stato rinnegare il proprio debito pubblico (ad esempio l’Argentina).

Signor Ministro, si tratta di un prelievo fiscale occulto, in palese contrasto con lo statuto del contribuente (una legge dello Stato: Legge 27 luglio 2000 n. 212) e dal gettito modesto (agli attuali tassi di interesse sui mutui ipotecari sarebbero circa € 15 milioni all’anno, se i tempi di trascrizione degli atti restassero immutati, ma potrebbe lievitare a oltre € 200 milioni, nel caso che le procedure di gestione delle somme in deposito risultassero particolarmente farraginose, creando dunque un premio tributario a favore dello Stato, in caso di peggioramento dell’efficienza dei trasferimenti immobiliari).

Qualora si volesse in questi tempi difficili davvero aiutare gli Italiani ad acquistare casa senza rischi inutili, occorrerebbe prevedere che i preliminari di compravendita aventi forma notarile, possono essere registrati e trascritti in esenzione dal bollo e con il pagamento di una o due imposte fisse (€ 168,00).
Ciò garantirebbe banche ed acquirenti rendendo le transazioni immobiliari più sicure, senza alcun costo per lo Stato, che a fronte di una riduzione della pressione fiscale sui contratti preliminari registrati, vedrebbe aumentare notevolmente il loro numero, eliminando ogni residuo incentivo all’evasione fiscale su detti contratti.

Certo della Sua attenzione, La saluto con osservanza, Riccardo Genghini, Notaio in Milano.

 

 (1) http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Emendc&leg=17&id=00727323&idoggetto=00748715&parse=si&stampa=si&toc=no

Proposta di modifica n. 3.122 al DDL n. 1120           
3.122 (testo 2)FINOCCHIARO, DE MONTE, LO MORO 
APPROVATO                           
Dopo il comma 15, aggiungere i seguenti:

        «15-bis. Il notaio o altro pubblico ufficiale è tenuto a versare su apposito conto corrente dedicato:

a) tutte le somme dovute a titolo di onorari, diritti, accessori, rimborsi spese e contributi, nonché a titolo di tributi per i quali il medesimo sia sostituto o responsabile d’imposta, in relazione agli atti dallo stesso ricevuti e/o autenticati e soggetti a pubblicità immobiliare, ovvero in relazione ad attività e prestazioni per le quali lo stesso sia delegato dall’autorità giudiziaria;

b) ogni altra somma affidatagli e soggetta ad obbligo di annotazione nel Registro delle Somme e dei Valori di cui alla legge n.64/1934, comprese le somme dovute a titolo di imposta in relazione a dichiarazioni di successione;

c) l’intero prezzo o corrispettivo, ovvero il saldo degli stessi, se determinato in denaro, oltre alle somme destinate ad estinzione delle spese condominiali non pagate e/o di altri oneri dovuti in occasione del ricevimento o dell’autenticazione, di contratti di trasferimento della proprietà o di trasferimento, costituzione od estinzione di altro diritto reale su immobili o aziende.

15-ter. La disposizione di cui al comma 15-bis non si applica agli importi inferiori ad euro 100.000 e per la parte di prezzo o corrispettivo oggetto di dilazione; si applica in relazione agli importi versati contestualmente alla stipula di atto di quietanza. Sono esclusi i maggiori oneri notarili.

15-quater. Gli importi depositati presso il conto corrente di cui comma 15-bis costituiscono patrimonio separato. Dette somme sono escluse dalla successione del notaio e altro pubblico ufficiale e dal suo regime patrimoniale della famiglia, sono assolutamente impignorabili a richiesta di chiunque ed assolutamente impignorabile ad istanza di chiunque è altresì il credito al pagamento o alla restituzione della somma depositata.

15-quinquies. Eseguita la registrazione e la pubblicità dell’atto ai sensi della normativa vigente, e verificata l’assenza di formalità pregiudizievoli ulteriori rispetto a quelle esistenti alla data dell’atto e da questo risultanti, il notaio o altro pubblico ufficiale provvede senza indugio a disporre lo svincolo degli importi depositati a titolo di prezzo o corrispettivo. Se nell’atto le parti hanno previsto che il prezzo o corrispettivo sia pagato solo dopo l’avveramento di un determinato evento o l’adempimento di una determinata prestazione, il notaio o altro pubblico ufficiale svincola il prezzo o corrispettivo depositato quando gli viene fornita la prova, risultante da atto pubblico o scrittura privata autenticata, ovvero secondo le diverse modalità probatorie concordate tra le parti, che l’evento dedotto in condizione si sia avverato o che la prestazione sia stata adempiuta. Gli interessi sulle somme depositate, al netto delle spese di gestione del servizio, sono finalizzate a rifinanziare i fondi di credito agevolato, riducendo i tassi della provvista dedicata, destinati ai finanziamenti alle piccole e medie imprese, individuati dal decreto di cui al comma 15-sexies.

15-sexies. Entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato su proposto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della Giustizia, sentito il parere del Consiglio nazionale del Notariato, sono definiti termini, condizioni e modalità di attuazione dei commi da 15-bis a 15-quinquies anche con riferimento all’esigenza di definire condizioni contrattuali omogenee applicate ai conti correnti dedicati».

(2) Novità introdotta dall’art.3, primo comma del D.l. 31 dicembre 1996, n. 669 , convertito con modificazioni nella legge 28 febbraio 1997 n.30, che ha inserito nel codice civile l’art. 2645-bis.

Cosa possono fare i notai per l’Italia

marzo 27, 2013 in Senza categoria


Questo programma politico/professionale, si pone come alternativo a quello elaborato a livello locale e nazionale dai comitati regionali notarili.  Esso vuole indicare una strada ai notai di buona volontà, per aggregarsi intorno ad un programma politico realizzabile anche senza il supporto del Governo o del Legislatore.

Dal 2005 in poi il Legislatore ha sottratto ai notai numerose competenze esclusive e lo ha assoggettato alle regole della libera concorrenza.

Ciò è vissuto da molti notai come una imposizione dall’esterno e non come la liberazione da un fardello e da un isolamento che hanno significativamente contribuito ad indebolire la categoria ed a renderla incapace di competere con le altre libere professioni o aziende di servizi.

Si vuole evidenziare che, in questo momento di crisi economica ed istituzionale, i notai hanno numerose opportunità di rilanciare la funzione notarile ed proprio ruolo di istituzione che gode della fiducia dei cittadini. Il grande industriale-mecenate Henry John Kaiser diceva “i problemi sono opportunità in abiti da lavoro”. Mai come in questo momento occorre sapersi ispirare a questa massima!

I notai, non dovrebbero sperare (o, peggio, richiedere) di essere protetti dalla crisi economica ed istituzionale, che attanaglia l’Italia. I notai sono, nonostante le loro attuali difficoltà, fra coloro che comunque possono dare qualcosa all’Italia.  Dovrebbero chiedere ed ottenere che li si lasci lavorare per il Paese!

 

Il ragionamento che ha portato alla redazione di questo programma politico, si sviluppa in quattro parti:

  1. Analisi della situazione italiana in generale
  2. Analisi dell’attuale posizionamento politico e sociale del notariato italiano
  3. Determinazione delle opportunità, dei rischi nonché dei costi e dei benefici delle possibili strategie politiche
  4. Determinazione delle strategie professionali che possono essere seguite, anche a livello individuale, dai notai che intendono prendere in mano il proprio destino, oltre che quello del nostro paese.

 

1 ANALISI DELLA SITUAZIONE ITALIANA.

 

1.1 Cinque mali dell’Italia            In linea di massima si può ritenere che esista consenso fra gli esperti e le principali forze politiche che l’Italia soffra di cinque mali fra loro interconnessi:

  • Crescita zero per circa 15/20 anni
  • Elevata pressione fiscale
  • Inefficienza dello Stato e di molti servizi pubblici
  • Elevatissimo debito pubblico, a rischio di default sovrano
  • Crisi di liquidità fra le imprese e le famiglie

 

1.2 Ruolo dello Stato                      In generale gli stati OECD stanno ripensando il ruolo dello stato nell’ambito dei rapporti economici, alla ricerca di un equilibrio sostenibile fra spesa pubblica, pressione fiscale e libertà di iniziativa economica.

L’Italia, in particolare, con il suo debito pubblico così elevato è costretta a rivedere in modo fondamentale come lo stato raccoglie ed impiega i propri mezzi.

 

1.3 Il mercato dei servizi in Europa e nel mondo          Il notaio eroga servizi professionali. L’Europa è un colosso industriale (PIL 2012 = 16.500 miliardi di $, la prima economia del mondo), ma ha un’industria dei servizi sottosviluppata, generalmente protetta da barriere alla competizione che la rendono poco competitiva a livello internazionale. Per liberare il potenziale di crescita rimasto bloccato dalle barriere regolatorie all’erogazione di servizi nei mercati internazionali, è stata emanata nel 2006 la “Direttiva Servizi” (DIR 2006/123/EC) http://ec.europa.eu/internal_market/services/services-dir/index_en.htmhttp://ec.europa.eu/internal_market/services/services-dir/guides_en.htm

Oggi l’industria europea ha capacità di espansione solo nei segmenti economici ad alto valore aggiunto, in considerazione dell’alto costo della manodopera e delle infrastrutture: sono segmenti ad alto valore aggiunto i servizi e alcuni settori industriali ad alto contenuto tecnologico. Insomma, la ripresa economica (strutturale e non congiunturale) dell’Europa dipende dalla sua capacità di esportare servizi verso i paesi non EU. Altrimenti la prosecuzione del declino relativo è inevitabile.

L’eccessiva frammentazione del settore dei servizi in Sud America è considerato il motivo per cui il continente non riesce a decollare e rimane prigioniero della “mid income trap”: ossia di un fenomeno economico per cui i paesi in via di sviluppo non riescono a superare la barriera dei 12.000 dollari di reddito pro capite all’anno. Se, come sembra, esiste questa trappola economica, non si può dare per scontato che l’Italia sia fisiologicamente destinata a mantenere un reddito pro capite di 36.000 dollari l’anno: il rischio di essere risucchiati verso il basso è reale e tangibile.

Negli USA oltre il 35% del totale delle esportazioni è composto di servizi (non bancari e finanziari)         http://www.usatoday.com/story/money/business/2013/01/23/talks-services-exports/1856723/

In Europa l’ammontare delle esportazioni di servizi (non bancari e finanziari) è inferiore al 30%                http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/CH_09_2011/EN/CH_09_2011-EN.PDF

Considerando che quasi l’80% del PIL degli USA e dell’UE è composto di servizi, è evidente che il mercato dei beni è più aperto e meglio funzionante di quello dei servizi (che pur costituendo 4/5 del PIL, rappresentano circa 1/3 delle esportazioni). 

Muovendo da queste considerazioni l’UE ha pertanto sviluppato la politica di liberalizzazione spinta nel settore dei servizi (anche professionali) che è culminata nella Direttiva Servizi, che ha impattato anche sulle libere professioni europee.   Per affermare che questa scelta politica dell’UE sia errata, occorre produrre degli argomenti solidi e non meramente tautologici.

 

2 ANALISI DELLA SITUAZIONE DEL NOTARIATO ITALIANO

In questa sezione si cerca di analizzare le criticità politiche e le possibili opportunità di rilancio della categoria. Nella sezione successiva (3 DEFINIZIONE DEGLI OBBIETTIVI POLITICI) si tracciano i possibili obbiettivi politici/professionali che conseguono dall’analisi effettuata.

 

2.1 Il notaio professionista fidato.            Il notaio gode della fiducia degli italiani, come professionista serio, affidabile e serio.

 

2.2 Lo stato istituzione in crisi e screditata        . Lo stato italiano, invece, non gode né della stima, né della fiducia degli italiani. Ne consegue che lo stato non dispone di un capitale politico per rafforzare la credibilità e la fiducia nel notariato. Lo stato può solo, per legge, imporre agli italiani il ricorso al notaio, estendendone le competenze funzionali. Probabilmente vi sono riforme più urgenti e più importanti della delega ai notai di funzioni oggi giurisdizionali o amministrative. La sussidiarietà piace ai notai, forse allo stato; ma ai cittadini? Non é che c’è il rischio che pensino che un servizio prima “gratuito” (la giustizia) venga “privatizzato” e quindi divenga “a pagamento”, escludendo da esso le fasce sociali più deboli ?

 

2.3 Drammatica crisi economica   Negli ultimi 5 anni il fatturato e il reddito dei notai italiani sono stati dimezzati dalla crisi economica e dalle liberalizzazioni. I servizi notarili sono uno dei settori più duramente colpiti dalla crisi, assieme al settore edilizio e bancario.  L’imposta di registro colpisce in modo pesante il rilascio di garanzie, le transazioni, le ricognizioni di debito e, secondo le ultime evoluzioni delle prassi, anche i patti accessori dei contratti, rendendo antieconomico il ricorso al notaio per negoziare la soluzione delle situazioni di crisi nei rapporti giuridici.

 

2.4 Il notariato non è in stato di assedio  Non sembra plausibile l’analisi politica in cui indulge parte della classe dirigente notarile, ossia che il notariato sia sotto assedio esterno ed interno:

  • dall’interno, il notariato sarebbe minato dall’emergere di accaparratori di lavoro. I pochi dati a disposizione non dimostrano affatto che il fenomeno esiste. Purtuttavia ogni iniziativa degli organi di categoria ha un effetto diretto o indiretto nel senso di limitare ogni forma di competizione professionale, sia quella lecita, sia quella illecita. Si tratta di una condotta che vìola la legge ed espone gli organi di categoria a significativi rischi legali. Occorre elaborare un concetto chiaro ed inattaccabile di “personalità della professione”, che garantisca la massima qualità del servizio notarile, senza avere come effetto collaterale la riduzione della competizione (lecita) fra notai. In altre parole, la personalità della prestazione (principio applicato in tutte le professioni soggette ad esame di stato/abilitativo) deve avere la finalità di garantire il miglior servizio possibile e non quella di limitare la concorrenza imponendo al notaio adempimenti ed attività che non sono oggetto di una chiara riserva di legge per il notaio.
  • all’esterno, il notaio sarebbe assediato dalle altre categorie professionali legali ed economiche, nonché dai politici populisti, dalla Confindustria, dalle Banche e persino dallo Stato che non sembra comprendere l’importanza della funzione notarile.

 

2.5 Problema di immagine del notariato: è una casta? Appare più plausibile che il notariato subisca le conseguenze politiche della sua immagine (vera o falsa che sia) di una casta privilegiata che lotta per il mantenimento dei propri ingiustificati privilegi. Gli imprenditori sono gente che lavora; i notai, sembrerebbe di no… Come spiegare altrimenti, perché se è in crisi un’industria (ad es. Ilva di Taranto) i politici  sentono di dovere intervenire, persino violando o cambiando la legge, per sostenere l’industria mentre nel caso del notariato, nonostante una crisi persino più grave di quella in cui versa l’industria, vengono adottati provvedimenti che vanno nella direzione opposta? 

 

2.6 Concorrenza e produttività nei servizi notarili       All’argomento populistico della casta (del tutto simmetrico a quello degli imprenditori come sfruttatori del lavoro altrui), si sovrappone un argomento macroeconomico, che però in Italia non viene né argomentato né dibattuto in modo aperto e convincente: nel settore dei servizi le unità produttive composte di pochi addetti invece di aumentare la produttività sistemica, la riducono in quanto spesso operano senza rispettare la normativa in materia di sicurezza, in materia fiscale e previdenziale, con ciò generando dei costi indiretti nascosti che sono elevati ed incontrollabili, in particolare derivanti da persone prive di copertura sanitaria e previdenziale, di cui lo stato (o la collettività) deve comunque in qualche modo farsi carico.

Inoltre occorre affrontare un insidioso problema professionale: la politica del notariato ingenera nel cliente del notaio la sensazione (errata) che il cliente dal notaio si debba aspettare il conseguimento del risultato e una prestazione professionale perfetta, sempre ed in ogni caso.  Orbene questa aspettativa è destinata ad essere sistematicamente delusa: sul piano giuridico il notaio come tutti i professionisti è tenuto ad una prestazione di mezzi e non di scopo.  Inoltre in seguito alla libera negoziabilità delle tariffe, è evidente che, rispetto al passato, esiste un maggior margine di determinazione del contenuto effettivo della prestazione professionale del notaio.  È cosa be nota che, al fine di rafforzare la propria immagine, il dogma assoluto è quello di erogare un servizio che supera le aspettative del cliente. Oggi i notai operano in una situazione in cui se tutto va bene, possono eguagliare le aspettative, in nessun caso superarle, con grave danno dell’immagine e della funzione del notaio.

 

2.7 Il notaio come monade  La maggioranza dei notai opera da solo, con alcuni collaboratori. Mentre le strutture degli altri professionisti sono cresciute, aggregando più professionisti, ciò non è avvenuto nel settore notarile. Solo di recente il sindacato notarile ha iniziato a promuovere l’associazione fra più notai per la formazione di studi notarili di dimensioni più adeguate a sostenere la competizione delle altre libere professioni ed a rispondere alle esigenze sempre più complesse della clientela.  Il Consiglio Nazionale del Notariato si è speso, apparentemente con successo finora, affinché la normativa sulla società di professionisti non fosse applicabile ai notai.

 

2.8 L’eredità delle passate politiche del notariato         Fino ad oggi gli organi istituzionali hanno dato prevalentemente risposte corporative e/o tardive alle istanze provenienti sia dell’esterno che dall’interno del notariato.  

Corporative e perdenti due strategie in particolare:

  • l’interpretazione abrogativa delle norme che sottraevano al notaio alcune competenze esclusive;
  • l’affermazione di una teoria secondo cui la pubblica funzione del notaio fosse sottratta alle regole generali in materia di concorrenza e mercato.

Entrambe le tesi sono state smentite a vari livelli: dalla dottrina, dalla Cassazione, dalla Corte Europea di Giustizia, dall’AGCM e persino dal legislatore, che ha ulteriormente ribadito il vigore e l’efficacia delle norme riduttive delle competenze notarili e la liberalizzazione tariffaria.

La chiusura corporativa, per i suoi sostenitori, si giustificava per l’esigenza di non spaccare la categoria: in sostanza si accettava di muoversi “alla velocità dei più lenti” al fine di “non lasciare nessuno indietro”, anche in considerazione del fatto che “la categoria non era pronta” ad un radicale cambio di passo.  Ammesso e non concesso che fosse una linea politica saggia, le vicende degli ultimi mesi hanno dimostrato che oramai non si può fare a meno di dare una risposta immediata ai problemi ed alle istanze di questo momento difficile. Non si può più aspettare i ritardatari.

 

2.9 Il notaio contribuente modello.  I notai sono da decenni in vetta alla classifica dei contribuenti italiani. Occorre spiegare agli italiani, che ciò è, innanzitutto, la conseguenza della correttezza fiscale dei notai. Se si va a paragonare il reddito dei primi contribuenti fra medici, avvocati, ingegneri, architetti, commercialisti, (ecc.) con quello dei notai, emerge che questi professionisti hanno punte di reddito uguali, anzi normalmente superiori, a quelle dei notai contribuenti. Il notaio per la natura degli atti da lui stipulati ha molto meno opportunità di evadere le imposte. Infine gli studi di settore impongono ai notai un reddito minimo assai elevato. Il notaio, dunque, non è tanto il professionista che guadagna di più, quanto quello più onesto con il fisco.  Infatti se si paragonano i primi 5000 medici, avvocati, ingegneri, architetti, commercialisti, (ecc.),  con quello dei 5000 notai italiani, questi pur essendo una élite selezionatissima di professionisti, non hanno un reddito superiore a quello degli altri professionisti di élite (dati da confermare previa verifica con l’Agenzia delle Entrate). Non a caso l’ordinamento del notariato, peraltro, prevede che il notaio che evada le imposte sui redditi in modo sistematico sia passibile di destituzione.

 

3 DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI PER I NOTAI ITALIANI

 3.1 Il notaio professionista fidato             Occorre “capitalizzare” sulla fiducia di cui il notaio ancora gode.  Ciò è possibile sia rafforzando l’organizzazione degli studi notarili, sia organizzandosi al fine di non lasciare gli utenti senza accesso al servizio notarile (ad es.: mediante sistemi di turnazione nei giorni festivi). A livello istituzionale si potrebbe pensare alla creazione di società bancarie o assicurative, che supportino sia i notai, sia i clienti dei notai nello svolgimento delle loro attività professionali. Evidentemente tali società, in un mercato difficile e competitivo come quello attuale, dovrebbero essere gestite in modo estremamente professionale ed efficace. Fino ad oggi non si può dire che ciò sia avvenuto, per cui occorre essere cauti, al fine di evitare che siffatte società invece di dare lustro alla categoria e supporto ai singoli notai, si trasformino in enti da risanare mediante contribuzioni volontarie o forzate (come, invece, è accaduto e sta accadendo con la Cassa Nazionale del Notariato).

 

3.2 Lo stato istituzione in crisi e screditata        È un grave errore politico che i notai cerchino protezione dal mercato, trincerandosi dietro la “funzione pubblica”: i cittadini e le imprese detestano questo stato italiano di cui chiedono una profonda riforma e un significativo cambiamento di ruolo. Ne consegue che i notai si sono posizionati politicamente al fianco di un sistema che evidentemente non funziona e dunque nel mirino dell’attività di de-statalizzazione e liberalizzazione.

Come non bastasse, questo posizionamento politico come “paladini dello stato” ha uno sgradevole effetto collaterale: rafforza l’immagine dei notai come una casta che rifiuta di essere esposta ai medesimi rischi e problemi che debbono affrontare cittadini, aziende e, finanche, lo stato. Una posizione odiosa, insostenibile.

 

3.3 Drammatica crisi economica   Lo stato non può dedicare risorse economiche per risolvere i problemi dei notai.  Né può sottrarle ad altre professioni.  Occorre che la politica dei notai determini una estensione dell’offerta di servizi legali.

Ciò che invece i notai possono e debbono chiedere al legislatore, è di liberare gli italiani da lacci e lacciuoli,  aumentare la libertà negoziale degli italiani e ridurre la pressione fiscale sugli atti (notarili).  I notai debbono subito pretendere che cessino le prassi illegittime degli uffici fiscali, derivanti da una lettura azzardata delle norme.

I notai dovrebbero dare un contributo chiaro e definitivo sul tema dell’abuso di diritto in ambito fiscale che ponga fine all’attuale incertezza che ingessa tutte le operazioni straordinarie delle famiglie e delle imprese italiane.

 

3.4 Il notariato non è in stato di assedio Occorre abbandonare la mentalità dello stato d’assedio e cercare nelle altre componenti sane e produttive del Paese possibili alleati.  In realtà il notaio potrebbe supportare in modo assai valido gli altri professionisti ed essere da loro supportato nell’erogazione di servizi professionali multidisciplinari ai cittadino ed alle aziende. Il notaio potrebbe divenire il professionista che accresce il grado di certezza e di affidabilità dei servizi professionali erogati con il suo contributo: dal notaio che certifica i pezzi di carta, al notaio che garantisce la trasparenza e la veridicità  procedimenti complessi erogati previa il suo controllo.

 

3.5 Problema di immagine del notariato: la casta                     Occorre evitare che in futuro si decida di sottrarre ancora altre competenze ai notai, in nome dell’abolizione di privilegi e rendite di posizione. A tal fine occorre sapere cambiare questa percezione che l’opinione pubblica ha dei notai, mediante comportamenti virtuosi che rendano evidente che il notaio è un professionista efficiente, avanzato, che eroga servizi ad alto valore aggiunto.  Probabilmente occorre anche una visibile presa di distanza dalle precedenti politiche della Categoria, sottolineando che è andata in pensione una “vecchia guardia” con la sua “vecchia concezione” del notariato e che una nuova generazione di notai dinamici e moderni ha iniziato a “contare” nella categoria.

Soprattutto, se è vero che i notai sono un selezionatissima “elite” di giuristi, occorre mostrare nei fatti che non di teme la concorrenza, né interna né esterna: significa che i notai debbono ambire ad essere competitivi e propositivi avendo come riferimento i primi 5000 studi legali e tributari d’Italia. A tal fine la crescita dimensionale degli studi notarili e forme di vasta associazione fra i notai sono una necessità ineludibile.

 

3.6 Concorrenza e produttività nei servizi notarili         Il notariato dovrebbe rendere più evidente che gli studi notarili non sono imprese marginali con un dipendente e mezzo, che penalizzano la produttività generale del sistema. Purtroppo in questo momento di crisi in Italia le strutture professionali “di sussistenza” sono aumentate considerevolmente ed il disagio dei notai più giovani e più anziani è palpabile. Occorre spingere con forza nella direzione dell’aggregazione professionale fra notai.

Inoltre occorre rendere chiaro che il notaio non ha un obbligazione di risultato, bensì di mezzi.  Il valore di mercato dell’obbligazione di risultato è il costo assicurativo del conseguimento del risultato: ossia non meno del 3% del valore della transazione. Per meno di tanto, il notaio può solo essere tenuto alla diligenza del professionista, certo non al conseguimento del risultato.

Infine occorre chiaramente distinguere nella propria offerta di servizi professionali, la mera attività di intermediario abilitato (ad esempio in materia di cessioni di quote predisposte dagli avvocati delle parti) da quella di assistenza e consulenza professionale (che il notaio può svolgere in misura eccedente l’ordinario, solo nel caso in cui l’incarico professionale provenga da tutte le parti del contratto, in considerazione del suo dovere di imparzialità).

Questo chiaro e onesto posizionamento professionale ed economico dei notai avrebbe due ulteriori vantaggi:

a)  spostare il piano della concorrenza professionale da quello del prezzo a quello della qualità della prestazione e

b) aumentare la produttività del lavoro negli studi notarili, riducendo il rapporto notai/dipendenti, in conseguenza del fatto che in talune circostanze i compiti affidati al notaio si riducono al minimo della mera funzione certificatrice.

La maggiore competizione professionale inoltre accelererebbe l’aggregazione fra notai che, costretti a rinunciare al loro connaturato individualismo, sarebbero indotti a realizzare delle strutture professionali che dispongano di sistemi organizzativi ed informatici all’altezza delle aspettative dei clienti più avanzati ed esigenti, che oggi trovano questo tipo di risposta prevalentemente negli studi professionali associati di commercialisti ed avvocati.

Tali aggregazioni possono avere diverse configurazioni, in ordine crescente di complessità:

a)     centri di acquisto, anche a mezzo di società ad hoc

b)     società di servizi per la gestione in economia dei servizi accessori (informatica, contabilità, ecc.)

c)     società di servizi per la gestione di servizi notarili delegabili nel rispetto del principio di personalità della prestazione professionale (visure, raccolta documenti, ecc.)

d)    associazioni professionali parziali (su talune attività specifiche)

e)     associazioni professionali totali (sull’intera attività notarile)

Una figura aggregativa che è stata decisamente avversata finora dagli organi istituzionali del notariato (con argomenti talora evidentemente surrettizi) è il network professionale, ammesso nelle altre libere professioni. Il network, in realtà, presenta il pregio della capacità di aggregare molti professionisti (notai), senza privarli della propria struttura individuale, ma consentendo loro di beneficiare di servizi ad alto valore aggiunto che non potrebbero essere erogati ad un singolo notaio. L’ostracismo istituzionale verso questa figura organizzativa non solo è anacronistico, ma impoverisce la categoria dei notai.   Attualmente pare che operino in Italia almeno quattro network di notai, in un regime di semiclandestinità per paura di iniziative politiche o disciplinari contro di essi.  Si tratta di un ostracismo che oltre ad essere autolesionistico è anche contra legem.

 

3.7 Il notaio come monade  Occorre superare questa sindrome da solipsismo, che obbliga il notaio a lavorare in  condizioni oramai decisamente non sostenibili sul piano organizzativo ed economico. Occorre fare emergere le ragioni irrazionali (oltre che quelle razionali) per cui un notaio se possibile trova senz’altro lavorare da solo piuttosto che in associazione.

 

3.8 L’eredità delle passate politiche del notariato         La nuova strategia di rilancio del notariato deve partire dalla considerazione che il notaio pubblico ufficiale opera all’interno del libero mercato delle libere professioni.  Il mercato costituisce una sfida, ma anche un’opportunità.  In effetti non vi è nulla di nuovo sotto il cielo: la legge del 1913 ha disegnato il notaio come pubblico ufficiale e libero professionista.

In particolare al momento la scelta politica delle istituzioni notarili è quella di affidare l’innovazione di processo e tecnologica alla Notartel o a associazioni “no profit” costituite sotto l’egida degli organi istituzionali.  Non si può fare affidamento su questa linea politica, per una serie di ragioni:

1) innanzitutto le società in mano pubblica in Italia hanno una triste storia di inefficienza e di lottizzazione clientelare (Sogei o, da ultimo, Fincantieri), da cui la Notartel non si è sufficientemente differenziata. La Notartel, società conservatrice più che di innovazione, per lo più rivende pacchetti tecnologici ai notai.  Sul prezzo e sulla qualità dei servizi Notartel si sono levate numerose voci critiche nella categoria (fra le quali anche quella del sottoscritto). Alcuni sono arrivati a scrivere che la Notartel, più che un centro di acquisto per i notai italiani, è una shopping mall per aziende tecnologiche che vogliono accedere al mercato notarile. L’inefficienza dei servizi di posta e di connettività della Notartel sono proverbiali nella categoria;

2) in secondo luogo, qualsiasi soluzione monolitica (one fit for all) oltre a non avere dei chiari vantaggi politici/strategici, ha una serie di evidenti effetti collaterali negativi:

a)     in generale l’innovazione in regime di monopolio si allinea al livello degli utenti meno dinamici, per cui tendenzialmente invece di innovare… ritarda. Analogamente, l’innovazione gestita in regime di monopolio, tende a favorire l’ascesa di “Yes Men” che credono sinceramente nel successo dei “piani quinquennali”, a scapito dei veri innovatori. Per avere una idea di che cosa significhi innovare in un regime di monopolio, si guardi all’informatica nella P.A., oppure si confrontino le funzionalità di un telefono da ufficio (che opera all’interno di un sistema tecnologico chiuso), con quelle dei telefoni cellulari (che operano in reti aperte). Nell’ambiente chiuso di un PABX (centralina telefonica di ufficio) manca ogni stimolo ad innovare, al punto non solo da essere impossibile fare evolvere i prodotti nativi per quell’ambiente (il telefono d’ufficio), ma da essere costretti ad escludere i terminali evoluti (iPad, smartphone) dalla rete interna PABX.  Il monopolio, insomma, è ontologicamente incompatibile con l’innovazione tecnologica. Persino la Apple (un sistema informatico con hardware e software proprietari e dunque chiuso) ha iniziato ad innovare davvero solo dal 2000 in poi, quando l’evoluzione dell’ADSL e del 3G ha trasformato tutti i computer da macchine solo occasionalmente connesse alle reti aperte, in macchine costantemente interconnesse fra loro! Solo quando Apple ha cessato di essere chiusa in sé stessa, è stata costretta ad innovare. Essendo stata capace di innovare con successo, ha superato tutte le altre società di informatica! Inutile citare la vasta letteratura sul tema. Da ultimo http://www.amazon.it/Perch%C3%A9-nazioni-falliscono-prosperit%C3%A0-ebook/dp/B00BPY8304/ref=tmm_kin_title_0

b)    in secondo luogo occorre ampliare e rinnovare l’offerta di servizi legali del notariato: in alcuni casi ciò porrà il notaio in diretta concorrenza con altri professionisti o con imprese.  Se tali iniziative sono assunte da organi di categoria, tramite una società di servizi a partecipazione pubblica (invece che da singoli notai o associazioni professionali), si corre il rischio di provocare nuovi tensioni politiche, nuovi interventi legislativi oltra a divenire possibilmente iniziative illecite, perché in contrasto con la normativa in materia di concorrenza e mercato;

c)     in terzo luogo, il tempo della scelta di creare una infrastruttura monolitica in mano pubblica (del CNN) era 15 anni fa, ma non la si è perseguita, perché compresa solo da una minoranza di consiglieri nazionali ed avversata dalla stragrande maggioranza di essi;

d)    in quarto luogo il notariato ha oggi il dilemma che avevano la Kodak e la Polaroid, prima di essere spazzati via dal mercato: innovare e cannibalizzare irrimediabilmente parte dei ricavi, oppure cercare di rallentare l’innovazione. Ossia:

i)       abbracciare la digitalizzazione inevitabilmente colpisce in modo negativo le tradizionali fonti di reddito dei notai “cannibalizzando” parte dei ricavi dei notai. Ne consegue che le società che operano innovazione tecnologica notarile con successo, se in mano pubblica, spostano i ricavi professionali dal notaio al CNN o alla Cassa Nazionale, senza possibili contropartite per i singoli notai.

ii)    Oppure perseguire, come si fa attualmente, l’innovazione tecnologica in modo blando (“sterilizzato”) per cui le innovazioni sono inefficaci o tardive per disegno.  

Per sfuggire a questo dilemma, è necessario che le società di innovazione tecnologica nel campo notarile, siano controllate dai singoli notai, per compensarli della inevitabile “cannibalizzazione” dei ricavi professionali.  Per dirla in altre parole: le ASL non sono la risposta alla crisi dei medici liberi professionisti! Lo sono, semmai, le cliniche private (magari convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale). Sarebbe comprensibile che lo stato decida di “statalizzare” i notai e assumerli come dipendenti del Ministero della Giustizia. Ma è incomprensibile che il notariato sposti parte dei propri servizi professionali su una o più società del parastato senza contropartite per i notai. Anzi! Da quasi due anni i notai pagano un costo onerosissimo per il salvataggio della loro Cassa previdenziale, che avrebbe dovuto essere il loro salvadanaio per i tempi difficili…  In nome di che si può oggi sperare che società in mano pubblica siano meglio gestite e sapranno  dotare i notai di strumenti innovativi ed efficaci per affrontare la sfida dei tempi?

e)     in quinto luogo appare inverosimile che si possa far nascere una unica società (cooperativa/consortile) di cui siano soci tutti i notai d’Italia in misura uguale: inevitabilmente i procedimenti decisionali sarebbero così complessi e lunghi, da impedire ogni forma di innovazione e di azione efficace.  A ciò si aggiunge che l’Italia è economicamente assai diversa: non esiste un servizio tecnologico avanzato che sarebbe fruito in modo uguale in tutte le diverse zone d’Italia. Peraltro il sogno della società unica dei notai, non è che il (sogno del) monopolio assoluto dei notai che rientra dalla finestra, dopo essere stato cacciato dalla porta. Un sogno consolatorio su cui sarebbe meglio non fare troppo affidamento, di questi tempi;

f)     infine è purtroppo vero che esiste una piccola minoranza di colleghi scorretti (o pigri, o evasori fiscali, o superficiali, ecc. ecc.): costoro sono parte del problema e non possono essere parte della soluzione politica ai problemi del notariato.  Non si può cercare di salvare gli impresentabili: le ultime elezioni politiche nazionali hanno penalizzato tutti quelli che hanno cercato di farlo!   I furbi, gli arrivisti, i pigri vanno isolati.  Ovviamente vi sono opinioni diverse su chi è “illuminato” e chi semplicemente avido o pigro. Anche per questo non sarà possibile proporre veicoli di innovazione e strategie politiche che siano omnicomprensive e valide per tutti: finirebbero col dovere dare asilo proprio a quelli fra i notai che hanno contribuito ad aggravare la crisi della categoria ed a diminuirne il prestigio agli occhi degli italiani.  Occorre che i notai facciano pulizia in casa propria!

Per comprendere come la nostalgia per il monopolio perduto continui ad influenzare la politica del notariato, basta dare un’occhiata alla copertina di federnotizie del gennaio 2013, riportata qui sotto.

 http://www.euronotaries.eu/wp-content/uploads/2013/03/FedernotizieCopertina2013-1NotaioLegalità.jpg

Comincia benissimo: “notariato, innovazione, società”.

Ma poi, non solo i “tag” più visibili sulla copertina evidenziano solo attività che il notaio compie per lo stato (ad es.: “ANTIRICICLAGGIO”, “LEGALITÀ”, LOTTA ALL’EVASIONE”, “ATTO PUBBLICO INFORMATICO”), ma è semplicemente impossibile trovare una sola attività per la quale un nostro cliente dovrebbe avere interesse a pagare la parcella notarile.

E tutto ciò, sulla copertina di federnotizie, avviene attorno alla frase centrale “RIPENSANDO IL DOMANI”. Ebbene, un mio cliente (un opinionista i cui articoli si leggono regolarmente sulla prima pagina del Corriere della Sera) vedendo la copertina di federnotizie sulla mia scrivania, ha sorriso e mi ha detto: “Caro notaio, sembra che voi (notai) siate convinti che noi, i vostri clienti, non abbiamo nulla a che vedere con il vostro futuro! Allora é vero che il vostro unico datore di lavoro è lo stato. Come fate ad obbiettare che voi siete una tassa a carico del cittadino?”.

Devo a questo arguto giornalista lo stimolo a scrivere questo programma politico. Mi ha fatto comprendere con chiarezza perché sono insoddisfatto con tutti i programmi politici che ho letto finora: essi ribadiscono che noi per primi ci consideriamo una imposta a carico del cittadino. Perché non è al cittadino che ci rivolgiamo primariamente, ma allo stato.

Ebbene, i nostri clienti percepiscono ciò con chiarezza. Per fermare il declino professionale dei notai, occorre chiarire una volta per tutte, a noi stessi innanzitutto, quanta parte (e quale parte) della nostra attività professionale è rivolta allo stato (per cui è una imposta sulla transazione) e quanta parte è effettivamente rivolta a realizzare un servizio per il nostro cliente.

In realtà ciò non è terribilmente difficile, basta volerlo fare e farlo con onestà intellettuale. Occorre smettere di cercare di convincere i nostri clienti che il costo del notaio è ampiamente ripagato dal minor rischio di contenzioso. Dal punto di vista del cliente ciò è sicuramente falso, perché gli si impone subito un costo certo, a fronte di un rischio incerto (e in molte delle nostre transazioni, un rischio nullo) privandolo della libertà di scegliere. È solo dal punto di vista dello stato che tale affermazione è vera.

 

 4 PROGRAMMA D’AZIONE

Gli obiettivi declinati in termini generali nella sezione precedente possono essere trasformati in concrete linee di azione che possono essere perseguite anche da singoli notai, in tutta Italia.   Ovviamente è preferibile creare un coordinamento fra i notai di buona volontà, tuttavia non al fine di comprimere, ridurre e omologare, come si è fatto finora da parte delle istituzioni notarili, bensì nel senso di incoraggiare e comunicare tutte le vicende e le esperienze di eccellenza: quelle che funzionano in provincia e in economie rurali, quelle che funzionano nelle grandi città e nelle aree metropolitane. La finalità di questo programma politico è di fornire una traccia di riflessione e d’azione, ai notai di buona volontà, che non vogliano affidare il loro futuro professionale esclusivamente alle iniziative degli organi istituzionali e del Governo

4.1 LA PRIMA CASA DEGLI ITALIANI: Per gli italiani che acquistano un appartamento prima casa il cui valore è pari o inferiore a € 100.000, l’onorario notarile viene ridotto a € 799,99, a condizione che l’acquisto non presenti problemi particolari. Questa proposta agli italiani va corredata di un elenco tassativo di attività professionali che sono comprese nella parcella da € 799,99, restando tutto il resto escluso.  Si potrebbe parlare dell’atto notarile “smart” per quelli che sanno risolversi le questioni da sé. La tariffa scontata sarebbe riservata alle persone che legalmente risiedono e lavorano in Italia e hanno meno di 35 anni. Per coloro che non hanno i requisiti per beneficiare della riduzione degli onorari notarili potrebbe essere prevista la dilazione del pagamento degli onorari notarili (IVA esclusa!) in 12 o 24 mesi, senza interessi, purché i pagamenti siano garantiti da RID o cambiali.

Il preventivo “PRIMA CASA DEGLI ITALIANI” comprende: accertamento dell’identità delle parti, controlli ipotecari e catastali, verifica che l’immobile abbia la concessione/licenza edilizia, liquidazione delle imposte sull’atto, effettuazione degli adempimenti conseguenziali. Il prezzo è pagato al rogito e la consegna delle chiavi avviene al rogito. Non vi sono situazioni sospese condominiali, che richiedano una disciplina nell’atto notarile. Le parti non richiedono modifiche all’atto notarile standard del notaio rogante.  La parte venditrice dispone dei titoli di proprietà e dei documenti catastali ed urbanistici. La provenienza dell’immobile non è successoria. Ogni accertamento e ogni attività ulteriori, danno diritto al notaio di essere remunerato per la maggior opera prestata.

 

4.2  RIDUZIONE DEL COSTO DEGLI ACQUISTI IMMOBILIARI. CHIARA DEFINIZIONE DEI DOVERI DEL VENDITORE:   L’esperienza e le statistiche notarili dimostrano che nell’80% dei casi in cui la pratica si presenta complessa, ciò deriva da vizi nella documentazione della parte venditrice che derivano da

  • Titolo di acquisto non disponibile/completo
  • Modifiche o altri interventi successivi all’acquisto
  • Problemi condominiali o di vicinato

Si tratta in sostanza di problemi della parte venditrice: ciò andrebbe chiarito e sancito in uno studio scientifico, che raccolga ed organizzi la dottrina e la giurisprudenza in materia di obbligazioni a carico del venditore nella compravendita immobiliare. Sarebbe auspicabile che il notariato pubblicasse questo come un proprio studio ufficiale, chiarendo alla luce della prassi e della giurisprudenza in materia, quali siano i documenti di cui il venditore debba disporre affinché l’acquirente debba integralmente farsi carico delle spese di acquisto. Oggi, purtroppo, nella dinamica negoziale fra compratore e venditore, spesso il notaio diviene lo strumento inconsapevole mediante il quale il compratore è indotto a farsi carico della negligenza della parte venditrice, sopportandone gli oneri aggiuntivi.  L’attuale prassi è antieconomica in quanto fa lievitare i costi dell’operazione di acquisto della casa. Inoltre nuoce all’immagine del notaio, in quanto egli oggi è il professionista che (ponziopilatescamente) fa ricadere sull’acquirente (in quanto suo cliente) i costi della superficialità o della negligenza del venditore.

 

4.3  DIFESA DEI DIRITTI DEL CONTRIBUENTE: Le recenti interpretazioni della legge di registro, ipotecaria e catastale da parte dell’Agenzia delle Entrate stanno moltiplicando le imposte che vengono richieste sugli atti notarili. Spesso imposte fisse non dovute (come nel caso delle donazioni), o imposte variabili di importo trascurabile per cui il singolo contribuente non ha interesse a contestare la pretesa fiscale. In questi casi occorre una azione concertata dei notai italiani, per fare rispettare la legge.  Non si può lasciare da solo il cittadino in un simile frangente: si ripeterebbe l’errore politico del “prezzo valore”. Errare è umano, perseverare diabolico!   I notai (di buona volontà) dovrebbero creare una commissione nazionale che risponde ai quesiti dei contribuenti, rilasciando delle omologhe fiscali preventive, con riferimento a determinate tipologie di atti e di operazioni ordinarie e straordinarie, in particolare al fine di evitare l’abuso da parte dello stato della figura dell’abuso del diritto.  Il modello cui ispirarsi è quello delle “commissioni massime” in materia di diritto societario.

 

4.4  IL NOTAIO COME GARANTE DELLE TRANSAZIONI DIGITALI: esistono in vari settori documenti amministrativi, deleghe funzionali, ecc. che oggi hanno la forma notarile, per il solo fatto che occorre la data certa e il non ripudio. Non esiste però un vincolo formale in base al quale sia necessario ricorrere all’atto notarile. La conseguenza di ciò è che l’atto diviene soggetto ad imposta di registro e bollo.   Oggi il notaio può, mediante gli stessi strumenti che utilizza per dare certezza all’atto pubblico informatico e alla scrittura privata autenticata informatica, conferire un notevole grado di certezza alle transazioni a distanza ed alla formazione del contratto mediante corrispondenza.  In una situazione economica drammatica come quella presente, occorre mettere a disposizione delle imprese e dei cittadini queste nuove forme di sicurizzazione e di certificazione del notaio.  Il successo delle cessioni di quote senza notaio e delle società da un euro e delle pubblicazioni su web di fusioni e scissioni, deve fare riflettere: una imposta di registro del 3% cui si aggiunge una incidenza degli onorari notarili e del bollo per un ulteriore 2%, sostanzialmente determina che il cittadino (e l’impresa) decidono di non effettuare la transazione, ovvero di effettuarla (se possibile) in forma privata, senza ricorrere al notaio.  La crisi sta intensificando questa tendenza: la percezione è che la certezza delle transazioni giuridiche ha un costo inaccettabile.           
Il notaio deve divenire strumentale e coessenziale alla riduzione dei costi di transazione.

 

4.5  IL NOTAIO COME CONSERVATORE DEI DATI E DEI DOCUMENTI INFORMATICI DELLE AZIENDE E DEGLI ENTI PUBBLICI:             La percezione che il notaio tecnologicamente evoluto possa fornire un particolare valore aggiunto nel campo della generazione e conservazione dei documenti digitali è sempre più diffusa.  Oggi notai in tutta Italia conservano i libri degli organi sociali di importanti multinazionali con sede in Italia, forniscono data certa alla emissione di fatture digitali, conservano documenti informatici, libri fiscali e dell’imprenditore, curano l’invio delle impronte all’agenzia delle entrate, producono estratti notarili di libri per l’emissione di atti monitori, contribuendo alla riduzione dei costi del back office aziendale, supportando il recupero dei crediti dell’impresa e rendendo certi ed incontraffacibili i libri e i documenti aziendali.  Più certezza, più efficacia a meno prezzo. Solo grazie al notaio! Questo programma politico ambisce a riunire questi notai pionieri e innovatori attorno ad un concreto programma d’azione.

 

4.6 IL NOTAIO COME CONSULENTE DELLE PERSONE E DELLE AZIENDE:      La legge italiana non fornisce adeguate soluzioni in una serie di situazioni delicate ed importanti della vita del cittadino e delle aziende: convivenza, patti matrimoniali e prematrimoniali, rappresentanza e assistenza agli anziani, passaggio generazionale dell’impresa, sostegno alle persone con esigenze speciali, ecc.   Occorre uno sforzo interpretativo collettivo della legge italiana, nel senso dell’ampliamento della autonomia negoziale e dispositiva del cittadino: le attuali norme limitative dell’autonomia negoziale sono unanimemente riconosciute come anacronistiche (divieto dei patti successori, divieto dei patti matrimoniali, divieto dei vincoli perpetui, mancata utilizzazione della negotiorum gestio, divieto della prelazione reale, ecc.).  Grandi giuristi come Galgano, Alpa, Rescigno, Di Sabato, Campobasso, (ecc.) hanno rivoluzionato la teoria generale del contratto, del diritto di credito, delle persone giuridiche, dell’abuso di diritto: teorie rivoluzionarie quando furono formulate, oggi dottrina dominante se non addirittura principi recepiti dal legislatore.  In una fase di transizione come questa, il notaio come docente e studioso, deve cercare di trovare nuovi equilibri interpretativi che aumentino le libertà e contemporaneamente le protezioni.  Tutti sappiamo che il diritto è innanzitutto prassi (si pensi solo alle così dette assemblee sulla carta): da troppi anni la posizione dei notai è quella di leggere in modo così conservativo la legge, da apparire retrogradi, limitandosi ad invocare il legislatore per le decisioni coraggiose.   Il coraggio argomentativo che i notai hanno mostrato nel sostenere che le cessioni di quote richiedessero comunque l’intervento del notaio, che le ipoteche possono essere cancellate solo dal notaio, ovvero che la tariffa notarile non è stata abrogata nel 2006, dovrà in futuro essere speso a favore della libertà e della protezione degli Italiani.

 

4.7  DEONTOLOGIA. Di recente ho subito una condanna disciplinare, per avere creato e gestito la piattaforma PESCO per le surroghe. Mi è stata inflitta la sanzione dell’ammonizione, confermata in Cassazione. ABI e CNN si apprestano a replicare l’iniziativa, cinque anni dopo.  Non mi esprimo dunque sulla necessità di un diverso approccio alla deontologia professionale.  Chi mi conosce, considera la condanna una dimostrazione dell’uso distorto che il notariato fa delle norme deontologiche (visione condivisa dall’AGCM, che ne propone l’abrogazione).  Chi non mi conosce, o avversa la mia visione del notaio professionista-pubblico-ufficiale, plaude e, anche sulle riviste notarili, scrive che avrei meritato una condanna molto più severa.

 

4.8  LOBBYING LEGISLATIVO. Il CNN dovrebbe cessare di proporre riforme che favoriscono i notai.  Oggi per ciascuna di queste riforme, anche quando è fuori discussione che siano soprattutto nell’interesse generale, viene chiesto ai notai di pagare un prezzo politico.   Il notariato dovrebbe concentrare i propri sforzi su:

  • Ampliamento dell’autonomia negoziale degli italiani
  • Eliminazione, previa studio approfondito, del gettito fiscale generato delle imposte di registro proporzionali dalle transazioni che oggi non fanno gettito (garanzie, obblighi generici, ricognizioni di debito, ecc.).  In generale sarebbe preferibile una imposta di registro fissa su tutti gli atti, tranne gli acquisti immobiliari.  La tassazione dei contratti obbligatori all’1% o al 3% fa si che le relative negoziazioni avvengano tramite altri professionisti, non il notaio.
  • Il cittadino italiano oramai è suddito dell’amministrazione fiscale, che lo priva dei più elementari diritti civili: privacy, diritto alla difesa, giusto processo. I poteri pubblici in materia di accertamento sono i più estesi ed unilaterali del mondo. Il notariato dovrebbe proporre una radicale riforma fiscale, di semplificazione e di equità (a parità di gettito), facendosi portatore degli interessi sia dello stato, sia dei cittadini, come è proprio della sua natura di pubblico ufficiale e libero professionista. In materia fiscale si potrebbe immaginare che la sede dell’autotutela o del tentativo di conciliazione potrebbe essere lo studio del notaio. Il notaio della conciliazione è pagato solo dal soccombente nell’eventuale contenzioso fiscale che segue al tentativo di conciliazione fallito, mediante una somma liquidata d’ufficio nel dispositivo della sentenza. Si potrebbe cercare di istituzionalizzare la figura dell’omologa tributaria di cui sopra al punto 4.3.
  • Omologa della separazione consensuale, evitando il rischio di contrapposizioni con l’avvocatura.
  • Omologa delle fondazioni e delle associazioni riconosciute
  • Possibilità di rogitare in lingua straniera, se conosciuta dal notaio, senza testo italiano a fronte nell’originale
  • Esenzione da bollo e registro per gli atti di soggetti residenti all’estero, che vengono a rogitare in Italia (sul modello della legislazione svizzera in materia).

Solo in seguito alla attuazione di riforme che vanno a “solo” beneficio dei cittadini e delle imprese, il CNN potrà di nuovo perseguire lobbying per riforme normative che “avvantaggino” i notai, come attribuzione di nuove competenze sussidiarie al notaio.  Il successo dei movimenti politici che promettevano agli italiani vantaggi economici tangibili ed immediati deve fare riflettere (IMU, rendita di cittadinanza, ecc.).

I notai sono in grado di fare dunque moltissimo per l’Italia. Forse più di ogni altra categoria, proprio grazie al proprio prestigio ed alla propria competenza professionale.

Occorre però che i notai, invece di rimpiangere il passato, inizino a creare delle organizzazioni professionali e istituzionali che guardano al futuro.  Ci vuole il coraggio di costruire il proprio futuro con le proprie mani, prescindendo dal legislatore. Se noi notai ci dimostreremo capaci, lo stato di certo ci seguirà.

La crisi economica e i notai

gennaio 29, 2013 in Senza categoria

Nel 2012 si sono rogitate In Italia meno di 500 mila compravendite (quasi 480.000 secondo dati provvisori dell’Agenzia del Territorio, non ancora pubblicati), pari a circa 8,5 compravendite al mese in media per notaio. I mutui sono stati meno della metà: ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/71214) segnala che nel primo trimestre 2012 i mutui ipotecari sono calati del 50% rispetto al 2011 (64.000 iscrizioni/annotazioni d’ipoteca), per cui al 31.12.2012 probabilmente non si saranno raggiunte le 200.000 iscrizioni/annotazioni d’ipoteca.

In caso di perfetta suddivisione del lavoro fra tutti i notai d’Italia, ogni notaio stipulerebbe 12 atti immobiliari al mese (compravendite e mutui).

 Ma il lavoro non é distribuito in modo uguale nelle regioni d’Italia. Secondo l’Osservatorio Immobiliare dell’Agenzia del Territorio nel 2012 (http://www.agenziaterritorio.it/index.php?id=6348):

Il 55% degli atti si stipula al Nord, ove risiede il 47% dei notai d’Italia secondo dati del CNN del 2011

Il 22% degli atti si stipula nel Centro Italia ove risiede il 23% dei notai d’Italia secondo dati del CNN del 2011

Il 23% degli atti si stipula al Sud e nelle Isole, ove risiede il 30% dei notai d’Italia secondo dati del CNN del 2011.

http://www.notariato.it/it/notariato/sala-stampa/comunicati-stampa/archive/pdf-comunicati/composizione_notai_per_genere_2011.pdf

 Facendo un poco di matematica, si arriva alla conclusione che la MEDIA MENSILE PER NOTAIO DEGLI ATTI DI COMPRAVENDITA E MUTUO NEL 2012

al Nord sarebbe di 14 atti immobiliari (10 compravendite e 4 mutui al mese), 

al Centro sarebbe di 12 atti (8,5 compravendite e 3,5 mutui) 

al Sud e nelle isole la media sarebbe di 9 atti immobiliari (7 compravendite e 2 mutui: le banche erogano molti meno mutui al Sud, rispetto al Nord ed al Centro).

 

Se si considera che da circa 25 anni (ossia da quando io studio il mercato della pubblica funzione notarile) il 50% dei notai riceve il 20% degli incarichi professionali, mentre il residuo 50% svolge il rimanente 80% del lavoro (vi sono significative differenze a livello di distretto, ma non a livello di regioni), significa che il lavoro é statisticamente suddiviso all’incirca come segue:

Nord:                50% dei notai 28 atti immobiliari al mese, 50% dei notai 7 atti immobiliari al mese

Centro               50% dei notai 24 atti immobiliari al mese, 50% dei notai 6 atti immobiliari al mese

Sud e Isole        50% dei notai 18 atti immobiliari al mese, 50% dei notai 4,5 atti immobiliari al mese

 

Dati approssimativi, visto che sono informazioni raccolte in modo “artigianale”…

 A occhio e croce direi che non occorre che vi siano fra i notai dei feroci accaparratori di lavoro, per fare sì che i notai che fanno parte del 50% che lavora meno, si trovino a fare pochissimi atti al mese.

Come noto, aborro l’idea dei tetti repertoriali (ossia di un limite massimo al lavoro che un  notaio potrebbe svolgere).

Vediamo cosa accadrebbe se si stabilisse che non é consentito superare il triplo della media distrettuale.

Secondo dati del Consiglio Notarile di Milano, i notai che superano il triplo della media distrettuale sono meno di 20 (su circa 500) ed il montante dei loro repertori (non sono un di loro) é inferiore ad 1/10 del totale distrettuale.

Il numero di atti che si potrebbe distribuire agli altri notai non arriverebbe a superare le due unità all’anno per notaio nel distretto…

 Se si portasse il tetto repertoriale a 2 volte la media distrettuale, direi (a naso) che solo il 10% dei notai supera tale media e assieme tali notai non arrivano a cumulare il 25% del lavoro totale.  Non ne sono certo, andrebbe verificato.

Ne consegue che potrebbe essere oggetto di redistribuzione solo il 5% in eccesso al limite massimo al 10% dei colleghi, vale a dire il 20% del lavoro (io ho fatto parte di questo 10% per cinque anni fino all’anno scorso).

Il 5% degli atti immobiliari, sono circa 32.500 in Italia.

Se fossero redistribuiti manu militari in parti uguali a tutti i notai più bisognosi, ne seguirebbe che 

– al Nord sarebbero da redistribuire 3 atti immobiliari al mese, per ciascun notaio appartenente al 50% che lavora meno;

– al Centro sarebbero da redistribuire 2,4 atti immobiliari al mese, per ciascun notaio appartenente al 50% che lavora meno;

– al Sud sarebbero da redistribuire 1,6 atti immobiliari al mese, per ciascun notaio appartenente al 50% che lavora meno.

 

Nella migliore delle ipotesi (che é anche la meno realistica) il vantaggio medio per ciascun notaio che fattura meno del doppio della media repertoriale distrettuale, sarebbe di circa 14.000 euro di fatturato l’anno. 

Ma non credo che sia realistico che un giorno vi sia una sorta di Equitalia dell’atto notarile.

Questi 32.500 atti notarili in larga parte finirebbero con l’essere stipulati proprio dal 50% dei notai che già lavorano di più (ossia il rimanente 40% del primo 50% repertoriale, che pur lavorando tanto, non arriva al doppio della media distrettuale).

Insomma  il residuo 50% dei notai d’Italia non avrebbe (quasi) alcun beneficio da una norma sui tetti repertoriali: vi sarebbe una diversa e assai modesta riallocazione del lavoro nel vertice della piramide (ossia nell’ambito della metà dei notai che ha già il repertorio più alto, pur non superando il doppio della media distrettuale).

 

Come con le teorie comuniste, che hanno miseramente fallito, anche nel caso dei notai il problema non è l’equa distribuzione del reddito e del lavoro, ma la produttività e l’efficienza del lavoro.

Peraltro, neppure sotto il comunismo la differenza fra il reddito minimo e il reddito massimo era di 1:2 oppure di 1:3.

Il teorema del tetto reperortoriale si addice più ad una economia come quella della Cambogia di Pol Pot, e richiederebbe sanzioni altrettanto draconiane, per ottenere che si rispetti una così radicale iper-regolamentazione del lavoro, che priverebbe il cittadino della scelta del proprio notaio di fiducia in oltre trentamila casi all’anno.

Tutto ciò per arrivare ad una redistribuzione della ricchezza al vertice, senza benefici tangibili per la maggioranza. Proprio come é accaduto sotto il comunismo.

 

Insomma, se il lavoro non é produttivo, si diventa progressivamente sempre più poveri.  Naturalmente chi si impoverisce, à facilmente suggestionabile dall’idea che la sua condizione sia frutto delle malefatte di qualche approfittatore senza scrupoli; e nei periodi di crisi vi sono sempre le sirene che raccontano queste fandonie.  E qualche linciaggio capita.

 Sarebbe bello disporre di numeri certi.  È proprio strano che nè sindacato, né cassa, né il CNN abbiano mai pensato di diffondere dei dati attendibili.  I miei, purtroppo, non lo sono, perché non ho i mezzi per accedere ad informazioni certe.

L’incertezza sui dati favorisce il panico e la richiesta di un rafforzamento dei controlli e dei poteri degli organi di categoria: insomma, gli unici a beneficiare di questa straordinaria disinformazione sono gli organi di categoria, cui alcuni desiderano affidare funzioni taumaturgiche che gli organi di categoria non potrebbero assolvere in modo efficace, neppure se la legge gliele affidasse.

 

Prende sempre più corpo la proposta di alcuni notai,  di trasformare i notai in dipendenti pubblici.

Ció sicuramente favorirebbe il 50% dei notai che lavora meno, per cui non é irrazionale che loro invochino la statalizzazione integrale della funzione pubblica.  Oggi essi vivono nella condizione peggiore possibile.

 Certo prima di prendere una siffatta decisione, sarebbe opportuno disporre dei dati e sapere se, alla fine, chi lavora poco é penalizzato dalla illecita concorrenza di altri, oppure da altri fattori meno appariscenti e, soprattutto, meno facili da accettare (come ad esempio che, in genere, lavorano di più i notai più bravi e che i notai accaparratori di lavoro sono una minoranza che sposta solo una minima parte del lavoro)…

Un sondaggio di opinione potrebbe farci scoprire che il cittadino, per non perdere il diritto di scegliere il proprio notaio, sarebbe favorevole al prepensionamento o alla cassa integrazione dei notai per ridurne il numero legale, ma non all’abrogazione del notaio come pubblico ufficiale e libero professionista.

 

Cosa é oggi la funzione pubblica del notaio ?

gennaio 12, 2013 in Senza categoria

Cosa intendo dire, quando scrivo che la nostra funzione pubblica é gravemente malata, in stadio terminale?

Ecco:
– che funzione pubblica é, un servizio pubblico senza una tariffa pubblica unica e vincolante? Ricordiamoci, però, che la tariffa l’abbiamo disapplicata noi, prima che venisse abrogata!
– che funzione pubblica é, un servizio pubblico in cui il numero dei soggetti incaricati non é saggiamente regolato, in modo da garantire l’erogazione del servizio in modo continuo?  Ad agosto trovare un notaio é difficilissimo… la domenica impossibile!
– oggi se mi capita di dovere interloquire con un giudice, mi rendo conto che sempre più spesso sono considerato alla stregua di un qualsiasi cittadino, non come un pubblico ufficiale incardinato nella Direzione generale degli affari civili del Ministero della Giustizia;
– infine, ahimè, alcuni amici che si occupano di antiriciclaggio in Banca d’Italia e nella Guardia di Finanza, me l’hanno detto senza perifrasi: il notaio non é da loro percepito come un loro “alleato”, bensí come un professionista potenzialmente colluso con i soggetti indagati.  In materia di antiriciclaggio non aspettatevi alcun riguardo da parte delle autorità competenti !

Non é tutto, ma credo che basti, per comprendere che la funzione pubblica del notaio, nella prassi, é mutata.
Io non voglio fare finta che tutto va bene e che il mio titolo di notaio abbia un significato che da tempo non ha più.
Preferisco guardare in faccia alla realtà.
Non faccio che osservare i sintomi del malessere della categoria (su cui chi mi critica, peraltro, spesso concorda) e (come un medico) cerco di fare una diagnosi del male e propongo una prognosi.
La prognosi é importante per noi. Descrive cosa dovremo fare domani, per continuare ad avere un lavoro e una funzione sociale.

A questo punto entrano in gioco coloro che “dissentono” da me  (le virgolette stanno ad indicare che non hanno compreso il mio pensiero, ma dissentono comunque). Mi sembra di potere classificare i dissenzienti in due categorie:
a) Le Mamme premurose e inconsolabili. Rifiutano la diagnosi (coma irreversibile) anche se tendono a vedere tutti gli stessi sintomi (in modo persino più evidente, non voglio dire esagerato). Cercano di consolare sè e gli altri astanti, dicendo: “Ma vedrai, che, come Lazzaro, la funzione pubblica risorgerà e camminerà”.  Anzi non é morta. Non può essere morta… Non morirà mai !
b) I talebani pronti al martirio. Teorizzano il tanto peggio, tanto meglio, il gesto eclatante ed eroico. Sognano l’ultima carica della cavalleria contro un nemico spietato e superiore numericamente. Dicono “io non sono disposto a scendere così in basso come Te, Genghini”. Quel mestiere che Tu Ti dichiari pronto a fare, io non lo voglio fare.  Meglio fare il funzionario di stato. Meglio qualsiasi cosa, piuttosto che quello che Tu saresti disposto a fare.

Entrambe le categorie di Colleghi dissenzienti, tendono a credere che la mia diagnosi impietosa, sia una descrizione del notariato che io vorrei.  NO! Purtroppo é la descrizione di quello che c’é, non di quello che vorrei che ci fosse.
E l’errore si spiega facilmente: deriva dal fatto che i miei critici tendono a guardare solo alla deontologia della funzione notarile (alla teoria, ai principi), dimenticandosi che occorre chiedersi se quella deontologia é ancora possibile o realistica nel contesto reale del lavoro quotidiano.
È l’errore che ha fatto il Generale Cadorna per tutta la prima parte della Grande Guerra, fino a Caporetto.

Una ultima considerazione, la più delicata.
Che dire di un notaio che dal 1938 in poi in Italia aiutava gli ebrei a non essere espropriati dei loro beni? Sul piano legale era un notaio che aiutava a eludere la legge.  E di un notaio che finanziava la Resistenza? Era un criminale passibile della pena di morte.

Il nostro stato é in crisi. Crisi vera, profonda.
Il nostro stato rinnega le promesse fatte e limita i diritti dei suoi cittadini, talora con una violenza che neppure sotto il fascismo si é vista: presunzioni di colpevolezza nel diritto fiscale e penale; anagrafi elettriche e dei conti correnti… uso disinvolto della custodia cautelare… e poi abbiamo un ceto politico degno dei migliori stati africani, secondo le statistiche di “Transparency International” http://www.transparency.org/cpi2012/results
Quale ruolo ha il notaio in uno stato in crisi di identità, in uno stato che potrebbe decidere di non rispettare i diritti acquisiti dai propri cittadini, che potrebbe violare i loro diritti (magari con una legge incostituzionale).  Non é una questione accademica !   Sta già accadendo… é già accaduto.

In un mondo che cambia… in uno Stato in crisi di identità… il notaio può appiattirsi sulla mera funzione pubblica? La risposta non é facile, nè scontata.

Perché non mi candido al Consiglio Nazionale

gennaio 11, 2013 in Senza categoria

Io non mi candido per le seguenti ragioni:

1) perché il sistema elettorale notarile introdotto nel 1991 é un Porcellum che consegna ad una poco significativa minoranza di notai (rurali) il controllo di un organo di categoria. La battaglia per la sopravvivenza del notariato si svolge nelle aree metropolitane, che non esprimono neppure 1/5 del CNN. Complimenti a chi ha scritto quelle norme elettorali. Ha ucciso una categoria. Se non erro, Laurini era presidente… comunque non é difficile immaginare i consiglieri di allora che gongolavano per lo straordinario peso politico che l’Abbruzzo o il Molise (tanto per dire…) avevano conquistato nella politica del notariato… BRAVI !

2) perchè non ho la vocazione del sindacalista. Purtroppo la stragrande maggioranza dei notai si aspetta che il CNN sia il loro sindacato e il sindacato sia la coscienza sindacale del CNN.  Io credo che dovremmo essere la classe dirigente del paese. Il nostro riscatto sta nel fare di più e meglio, non nel chiedere favori politici, protezioni, esenzioni, sovvenzioni.

3) perchè io credo che il notaio é soggetto alla legge e solo alla legge. Dal 1991 siamo stati inondati da una marea di norme regolamentari che io considero spazzatura.  Un enorme onere burocratico che legittima la mediocrità e punisce l’eccellenza. Credo che questa burocratizzazione abbia nuociuto al notariato più delle liberalizzazioni e degli accaparratori.

4) perche so per certo (ho studiato, ho misurato), che gli accaparratori nel mondo notarile esistono da sempre (ne scrive persino Balzac!). Il problema é sentito solo da una ventina di anni, ossia da quando é aumentata la pressione fiscale e hanno cominciato a lievitare i costi di struttura.  I notai sono così ignoranti di economia e di tecniche di management, che si sono convinti che l’ineguale distribuzione del lavoro sia il nostro problema.  Mentre é vero il contrario, ossia che non vi é professione in cui il lavoro é così uniformemente distribuito. Non a caso i talebani della equa distribuzione del lavoro propongono metodi draconiani per ulteriormente livellare la distribuzione degli incarichi professionali. Sono i comunisti dell’atto notarile, con tutto un incubo burocratico appresso, che premia la mediocrità e disincentiva il merito.

5) perché abbiamo già perso. Subiremo ulteriori sconfitte, ma solo perché come un pugile suonato ci rialziamo ogni volta, invece di gettare la spugna.  E abbiamo perso, perché la nostra tesi che le norme europee sulla concorrenza e sul mercato non si applicano ai notai, é sbagliata. Ci crediamo solo noi. Mi fa orrore il cinismo di quelli fra noi che cercano di raccontare che adesso, se ci organizziamo, se facciamo nuove proposte… allora forse… e poi vedrai, che alla fine capiranno, quelli della Commissione Europea, che il loro é un clamoroso abbaglio… è un modo come un altro per non prendere atto delle pesanti responsabilità politiche che i nostri consiglieri hanno, per non avere guardato lontano, per essersi illusi che avremmo potuto continuare ad avere il privilegio dell’eccezione (o l’eccezione del privilegio). Che si dimettano. Che non si ricandidino. Che ci diano la possibilità di dimenticare che sono esistiti, per darci la serenità di ricominciare dopo la sconfitta.

Cosa propongo allora ?

Di ricostruire la funzione notarile, non con le chiacchiere e discettando di concetti fumosi come la funzione notarile.
Ma innovando, estendendo il manto protettivo del notaio ad attività che davvero ne sentono bisogno.
Innovando i contratti, fornendo regole per bisogni forti, come la convivenza o il passaggio generazionale dell’azienda, senza invocare sempre le riforme legislative: il diritto nasce dalla prassi.
Lavorando assieme al cliente, erogando servizi e dotandosi di strutture che al cliente diano il senso tangibile che noi siamo avanti (e non dei burocrati retrogradi).
Io ho accettato che la nostra disfatta é totale e con umiltà sto ricostruendo il rapporto con i nostri clienti partendo da zero, scendendo dal piedistallo roboante della funzione pubblica.
Tendo la mano al cliente e gli dico “Sono qui per aiutarTi a fare. Ecco, guarda come rispettare la legge e realizzare i Tuoi interessi!”
Funziona.
Anche senza organi di categoria.
Anche senza riforme normative.

Lo definirei “Notaio Amico”.
Una vera e propria rinascita, per cui vado in ufficio con l’entusiasmo di 25 anni fa.
Lavoro di più e guadagno di meno.
Ma sono davvero utile, insostituibile per i miei clienti !
Un uomo autorevole e onesto nel mercato, al servizio del mercato.

L’Antenna di Natale

dicembre 25, 2012 in Senza categoria

È il decimo Natale che racconto questa storia ai miei Figli e loro l’ascoltano sempre volentieri, anche se non sono più bambini e vanno all’Università e al liceo.  E continua a piacere anche a me.
Per cui, forse, vale la pena condividerla… perché racconta una Verità universale.

In un condominio di Milano vivevano tante famiglie, tutte indaffarate a preparare il Natale. Ma in realtà tutti erano così indaffarati da non avere il tempo per sentire e capire il Natale.  Come capita in tutte le famiglie gli abitanti di quel condominio comunque trovavano comunque il tempo di guardare un poco di televisione.  Chi il telegiornale, chi un Serial TV, chi un film.

Sul tetto di quel condominio stava una Antenna televisiva che di tutto ciò si rendeva conto.  Un’antenna è li, fra cielo e terra, per ricevere informazioni e per trasmetterle alle televisioni.  Ma nessuno dei programmi che lei riceveva e trasmetteva aiutava quelle persone a trovare lo spirito perduto del Natale.  E così decise che doveva fare qualcosa.

Al primo piano abitava una coppia di sposini, mentre su al terzo c’era una anziana signora sola.

L’antenna decide di interrompere il programma che gli sposini stavano guardando per mostrare l’immagine della signora, anche lei sola davanti alla televisione.  Ogni tanto sospirava: guardava un reality show, in cui la gente che si era persa, ritrovava gli amici, i genitori.

“Ma guarda, che tenera la signora”.

“Sembrava invece così arcigna!”

“Ma tu hai mai visto qualcuno che la andava a trovare?”

“Si: altre persone anziane, quasi tutte donne”

“Ma avrà dei figli?”

“Non lo so, perché non glielo andiamo a chiedere?”

“Ma dai, si! Anzi, poi invitiamola a prendere il the da noi di tanto in tanto”

“Senti, ma tu quando hai chiamato l’ultima volta Papà e Mamma?”

“Cielo! Una vita fa!  Dai, adesso chiamiamo anche loro, sai come saranno contenti!”

L’Antenna era stanca, ma felice e decise di riprendere la sua missione  il giorno dopo.

Il giorno dopo l’Antenna, con uno sforzo terribile (non si era ancora ripresa dal giorno precedente) interrompe le trasmissioni di una giovane studentessa del secondo piano, mostrandole le immagini di un ragazzo calabrese che stava in un sottotetto e che oltre a studiare, per mantenersi agli studi, lavorava.  In pratica non c’era mai e, quando c’era, studiava o dormiva.   La studentessa lo vede tornare la sera dal lavoro, mangiare un poco e mettersi subito a studiare.  Si rende conto della sua solitudine e della grande fatica.  Ma anche della paura di chi è solo e lotta allo stremo delle sue forze.

Decide di parlargli la prima volta che lo incontra per le scale, di invitarlo a cena.  Anzi di cucinare un poco di più per sé, e di fargli così trovare pronto qualcosa di buono, di tanto in tanto.

L’antenna era stanchissima ma felice: sentiva che tutto questo le piaceva di più che trasmettere le solite cose. E così benché stanchissima era determinatissima a continuare il proprio lavoro il giorno dopo.

La sera del giorno dopo, mentre i bambini della famiglia ricca dell’ultimo piano, con l’appartamento più grande, con il terrazzo e tanti giocattoli, stavano guardando un cartone animato, l’Antenna si concentra, e facendo un incredibile sforzo (una antenna non è costruita per fare certe cose!) interrompe il loro programma e, dopo un poco di buio sullo schermo (era proprio stanchissima, la povera Antenna!), fa vedere loro le immagini del monolocale del portiere dello stabile, in cui giocavano i due figli del portiere.

Prima i bambini dell’ultimo piano volevano protestare, ma poi si rendono conto del prodigio.  Riconoscono i figli del portiere.

“Ma guarda  stanno giocando con i giocattoli rotti che abbiamo buttato via la settimana scorsa!”. “Si, è vero, forse il loro babbo li ha raccolti dalla spazzatura”.

“Ma guarda, sono simpatici!”.

“Ma lo sai che non mi ero mai reso conto di come fossero simpatici? Sempre vestiti così male, mi mettevano tristezza!”

“Ma perché non andiamo a giocare con loro?”

“Si dai, anzi facciamo così: dopo avere aperto i giocattoli nuovi sotto l’albero, andiamo giù da loro e giochiamo insieme a loro con i nuovi giochi!”.

L’Antenna fa sparire le immagini del monolocale del portiere.  Era distrutta. Spossata. Ma felice: aveva portato lo spirito del Natale  nel suo condominio, ed ora tutti erano più felici, perché avevano scoperto il senso profondo del Natale: che l’unico vero dono, è di sapere donare sé stessi, lasciando una traccia di sè negli altri.” 

 

Appunti per l’assemblea dell’Associazione Sindacale dei Notai della Lombardia del 17.12.2012

dicembre 17, 2012 in Senza categoria

La situazione dello Stato è critica.

Lo è anche quella del Notariato.

Le analisi della situazione di crisi sviluppate dai notai e dai loro organi istituzionali, tendono a ribadire la centralità della funzione notarile nel sistema giuridico italiano. Dal punto di vista del notaio ciò è una realtà indiscutibile.  Ma come si presenta la funzione notarile dal punto di vista del cittadino e delle istituzioni?

Dal punto di vista degli ultimi Governi e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, il notaio è parte del problema, non della soluzione. Infatti:

  1. negli ultimi 7 anni le competenze per materia dei notai sono state progressivamente ridotte. L’argomento che ciò avrebbe avuto ripercussioni percepibili sulla certezza dei traffici giuridici non ha avuto riscontro tangibile (sulla stampa e sugli altri media). Il notariato ha cercato di supportare una interpretazione abrogativa delle novità normative (cancellazioni d’ipoteca e cessione delle quote sociali) senza successo;
  2. cinque anni fa è stata abrogata la tariffa notarile (v., fra gli altri, Protettì Di Zenzo). Anche qui il notariato ha cercato di sostenere che la riforma delle tariffe professionali non riguardasse i notai, senza sucesso;
  3. la crisi economica ha determinato una riduzione dell’attività immobiliare e societaria senza precedenti dal 1943 ad oggi. Altri settori dell’economia sono stati supportati dall’azione governativa, non il settore notarile, che ha dovuto ridurre il numero degli impiegati di circa 8.500 unità, vale a dire dello stesso numero di dipendenti che lavorano all’ILVA di Taranto. Un dato che dovrebbe fare riflettere i notai.

Dal punto di vista del cittadino, appare evidente che il notaio meno caro è il notaio migliore. Si può biasimare che i nostri clienti abbiano un atteggiamento così opportunistico. Esso, purtroppo, è razionale: se tutti i notai sono bravi (praticamente infallibili) per quale motivo spendere più del meno possibile?  Certo che un bell’ufficio, una stipula lunga e avvolgente e personale qualificato migliorano la qualità della prestazione! Ma chi compra casa cerca di investire il più possibile nel mattone (ancora una volta una scelta razionale!) e assolutamente non vuole vedere lievitare i costi della transazione.  La linea politica/deontologica del notariato in questo contesto ha cercato in ogni modo di contrastare una differenziazione dei servizi notarili, con l’involontario (ma inevitabile) effetto di rafforzare la competizione sul prezzo.

Infine il cittadino ha visto sradicate le prassi contrattuali abusive di banche e costruttori, grazie all’azione congiunta di Banca d’Italia, Governo e AGCM. I notai sono stati incapaci di produrre degli orientamenti o delle prassi che evitassero le forme più egregie di abuso contro il contraente più debole! 

Dal punto di vista dei notai, è evidente che gli organi della categoria (sindacato incluso) si sono adoperati in modo assai diverso per cercare di fronteggiare la situazione. E precisamente:

1. Alcuni organi consiliari hanno in modo efficace realizzato delle iniziative che hanno reso possibile l’erogazione di servizi ad alto valore aggiunto a favore della collettività, consorziando i notai e creando delle strutture altamente efficienti, che hanno avuto il riconoscimento delle istituzioni e dei cittadini/utenti. Ad esempio Brescia.

2. Altri organismi/associazioni notarili hanno cercato di fare la stessa cosa, senza però riuscirvi. Il Consiglio Nazionale, ad esempio.

3. Altri organi consiliari hanno moltiplicato le proprie iniziative per fronteggiare la situazione. Tuttavia questo moltiplicarsi di iniziative, non ha avuto alcuna ricaduta positiva sui notai del distretto. Ad esempio, oltre al Consiglio Nazionale, anche i distretti riuniti di Milano, Busto Arsizio, Lodi, Monza e Varese. Oltre alla cosiddetta Commissione Massime Societarie, vi sono tavoli di discussione fra Consiglio Notarile di Milano e:

a) Agenzia del Territorio, senza un percepibile effetto migliorativo per  notai
b) Agenzia delle Entrate, con un percepibile peggioramento del rapporto fra notaio e ufficio del registro, sempre più alla ricerca di nuovo gettito. Organizzare e coordinare lo sforzo dei notai sul territorio avrebbe avuto un esito migliore
c) Registro delle Imprese, che, tuttavia, ha reintrodotto la sospensione feriale dei termini, rigettando una interpretazione (errata, per il vero) del Consiglio sulla natura della sospensione dei termini stessa.
d) Associazioni di consumatori, senza ricadute percepibili sul lavoro dei notai
e) Banche, senza alcun percepibile effetto sul lavoro dei notai, a parte la creazione di tariffe (indicative?) per le surroghe, nonostante l’abrogazione delle tariffe minime professionali, cui ha fatto seguito una indagine dell’Antitrust
f) i singoli Cittadini (ad es.: Comprare Casa senza rischi) che ha avuto il merito di introdurre l’idea che il notaio debba/possa fare qualcosa gratis. Idea prontamente ripresa dal legislatore (su istanza del Consiglio Nazionale del Notariato) in materia di società a responsabilità limitata semplificata.

Si fa notare, sia dal Consiglio Nazionale, sia dal Consiglio Notarile di Milano, che la situazione sarebbe ancora peggiore senza le loro iniziative. Ma forse a questo punto ciò non è sufficiente: per la maggioranza dei notai è in discussione la possibilità di continuare a operare; oltre settecento notai su meno di 5000 ha richiesto la cessazione prima del termine massimo… Si tratta del 15% dei notai italiani…

4. Alcuni consigli distrettuali hanno iniziato a perseguire sul piano disciplinare gli accaparratori.

5. La maggioranza degli altri organi notarili sono semplicemente inattivi.

Quale potrebbe essere a questo punto una politica di riscossa per i notai?

Personalmente ritengo che sia urgente ed improrogabile:

  1. da subito abbandonare le iniziative “politiche” che negli ultimi anni non hanno avuto alcuna ricaduta positiva per i notai stessi o per i cittadini, le istituzioni, le aziende. La dicotomia fra istituzione prestigiosa (?) e singolo notaio (in grave difficoltà), implica un fallimento politico grave e gravi responsabilità sul piano politico. Chi ne ha la responsabilità politica deve essere chiamato ad assumersela. La politica del notariato, a questo punto, deve sapersi differenziare dalla politica nazionale, dove è assai raro che qualcuno sia assuma la responsabilità politica di qualcosa;
  2. evitare di indulgere in interpretazioni della legge “pro domo propria”: il notariato dovrebbe essere garante della legalità, prima che dei propri interessi personali. Le nostre norme interne, non pongono il notaio (o il notariato) al di sopra della legge;
  3. favorire la competizione fra notai sulla qualità e sulla varietà delle prestazioni professionali notarili, con una inversione di tendenza radicale rispetto alle precedenti politiche, che hanno privilegiato l’omogeneizzazione e l’idea che “tutto fosse dovuto” (v. i cosiddetti protocolli). Il “tutto compreso” è inconciliabile con una liberalizzazione tariffaria e questo “bundling” dei servizi notarili potrebbe essere persino contra legem;
  4. incoraggiare ogni forma di aggregazione fra notai, che sia capace di creare dei “poli” notarili capaci di erogare servizi professionali con modalità che rendano percepibile ai terzi la qualità notarile. Incoraggiare la ricerca ed il conseguimento di una maggiore efficienza nelle strutture notarili;
  5. accettare che la qualità della politica del notariato non va misurato sulla base della bellezza e purezza delle idee professate, ma sulla base dei risultati concreti conseguiti. La politica è l’arte del possibile!

Mi permetto una considerazione conclusiva.  Molti nella categoria si lamentano che non vi è coesione fra notai. Si tende ad attribuire la colpa di ciò all’individualismo o all’avidità di alcuni.  Francamente penso che vi siano altre, più scomode, spiegazioni del fatto che in un momento così difficile la maggioranza dei notai pensino solo a (salvare) sé stessi e non a concorrere alla realizzazione di un grande progetto politico:

1)     perché non è credibile il progetto politico,

2)     perché non ne sono credibili gli ideatori e gli attuatori (considerando i risultati conseguiti),

3)     perché non è plausibile che il semplice rispetto delle regole interne (protocolli e deontologia) garantirebbe a noi notai un futuro professionale ed umano migliore!

Credo che l’assemblea di oggi dovrebbe essere capace di discutere di questi temi.

Riccardo Genghini

 

Evadere le tasse… come mai ? IRES al 36%, indeducibilità dei costi ed evasione fiscale

dicembre 11, 2012 in Senza categoria

Forse se in Italia non vi fosse l’IRAP, l’IRES al 36% e una miriade di norme “antielusive” (che significa che non Ti puoi dedurre auto, interessi, collaboratori familiari, ecc., ecc., ecc.) forse non vi sarebbero così tanti evasori.
Pagare il 36% sugli utili aziendali non distribuiti, significa che lo stato prende quello che una banca prende per un finanziamento di 20 anni per il medesimo importo in linea capitale.
Ergo, tutte le imprese italiane sono sottocapitalizzate, a causa dell’IRES e non a causa della “eccessiva dipendenza del sistema bancario.
Lo stato fa da procacciatore d’affari per le banche, che comprano il debito pubblico.
Per gli imprenditori gli interessi bancari costano meno degli utili !!!!!!
Sono follie che hanno ucciso la crescita e la produttività delle aziende italiane.

Se guadagnare mi costa come fare un mutuo… occorre cercare di non guadagnare (o di non fare risultare i guadagni). Soprattutto se, di questi tempi, l’anno successivo al pagamento dell’IRES, potrebbe essere che l’azienda potrebbe avre bisogno di quei soldi per rimettere in ordine i propri conti !

Di tasse, di questi tempi, si può anche morire!

Anno 2000, quando i computer hanno iniziato a divenire onnipresenti (ubiquitous computing).

dicembre 5, 2012 in Senza categoria

Anno 2000, quando i computer hanno iniziato a divenire onnipresenti (ubiquitous computing).

Dal blog di Riccardo Genghini Digital Agreement

Farei una netta distinzione riguardo l’impatto della digitalizzazione, prima e dopo l’avvento dell’ubiquitous computing (1). Infatti, nel 2000 il WiFi, l’ADSL e l’UMTS incominciarono a essere commercializzati, facendo diventare, nel giro di pochi anni, l’interconnessione via computer la norma, mentre prima era piuttosto l’eccezione.

Prima del 2000 i computer erano interconnessi solo tramite le Local Area Network (LAN), di cui si ebbe la prima applicazione commerciale nel dicembre 1977 alla Chase Manhattan Bank di New York (2). Cosa fondamentale, nel 2000 la velocità di connessione a Internet crebbe drasticamente grazie all’ADSL su linee fisse e all’UMTS su linee mobili, cosicché divenne normale scaricare a una velocità di 8 Mbit/s (attraverso l’ADSL) e 384 kbit/s (tramite l’UMTS). Un grande passo in avanti, se comparato alla velocità massima di download precedente, pari a 56 kbit/s.

Internet, ossia Youtube, Facebook, Pinterest, Tumblr, così come li conosciamo oggi, non si sarebbero potuti utilizzare con una velocità di upload/download inferiore a quella disponibile oggi. Anche Twitter, che in teoria non richiede la banda larga, è così diffuso perché, pur essendo un social network “senza fronzoli”, tramite cui si comunica con messaggi di soli 140 caratteri (che si differenzia radicalmente dai social network multimediali ad alto volume di dati, come youtube o facebook), comunque offre la possibilità di postare immagini e link (che richiedono la banda larga).

La distinzione tra prima e dopo la diffusione dell’ubiquitous computing è arbitraria, così come è la scelta dell’anno 2000. Ai fini del ragionamento, tuttavia non importa se sarebbe più corretto datare l’ubiquitous computing al 1996 (anno molto improbabile in quanto il WiFi, l’UMTS e l’ADSL non erano ancora sviluppati) o al 2005 (anno in cui sicuramente vi era già una diffusione globale dei computer e degli apparati mobili). Ad ogni modo, l’anno 2000 è significativo perché rappresenta il primo anno di un nuovo millennio, e di una nuova era dell’informatica, grazie all’avvento dell’ubiquitous computing.

 

Nel 2000  vi erano meno di 400 milioni di utenti Internet e circa 500 milioni di abbonati alla telefonia mobile. Oggi abbiamo più di due miliardi di utenti Internet e più di sei miliardi di persone usano i telefoni cellulari http://www.itu.int/ITU-D/ict/statistics/.

(1)

L’onnipresenza della connettività a una velocità di upload/ download che permette l’uso dei computer e dei cellulari come facciamo oggi, divenne realtà a partire dal 2000, quando Internet aveva circa 400 milioni di utenti, molti dei quali vi accedevano a una velocità tra i 14.4 kbit/s e i 56 kbit/s.

La connettività onnipresente come la conosciamo e la usiamo noi oggi, cominciò nel 1999-2000 con la connessione ADSL a banda larga: lo standard ITU G.992.1, con velocità di download fino a 8 Mbit/ s e velocità di upload fino a 1 Mbit/ s: http://www.itu.int/rec/T-REC-G.992.1.

Fino al 1999 le connessioni Internet non erano più veloci di 56.6 kbit/s durante il download e di 36.6 durante l’upload (raccomandazioni ITU-T V.90 e V.92). Inoltre, l’ISDN aveva una velocità di download/upload di soli 128 kbit/s, per ogni connessione duplex (CCITT red book del 1988, poi una raccomandazione ITU-T e ora, fra gli altri uno standard formale europeo, l’ETSI EN 300485) www.etsi.org/deliver/etsi_en/300400_300499/300485/01.03.01_20/en_300485v010301c.pdf).

 

Anche per i dispositivi mobili, la connettività onnipresente divenne possibile dal 2000 con l’UMTS e poi con l’HSDPA: l’UMTS supporta un massimo teorico di velocità di trasferimento dati pari a 42 Mbit/s quando l’HSPA+ è implementato nella rete. Gli utenti di reti distribuite possono aspettarsi una velocità di trasferimento dati fino a 384 kbit/s per i telefoni cellulari  Release ’99 (R99), l’originale UMTS Release, e 7.2 Mbit/s per i cellulari HSDPA in collegamento downlink. Tali velocità sono significativamente maggiori rispetto ai 9.6 kbit/s di un singolo canale GSM con tecnologia “circuit switched data” a correzione di errore (o a canali multipli da 9.6 kbit/s in HSCSD o 14.4 kbit/s per canali in CDMAOne).

Dal 2006, le reti UMTS in molti paesi sono state potenziate con l’High Speed Downlink Packet Access (HSDPA), noto anche come 3.5G. Al momento, l’HSDPA permette velocità di trasferimento downlink fino a 21 Mbit/s. Si sta anche procedendo al miglioramento della velocità di trasferimento uplink mediante l’High-Speed Uplink Packet Access (HSUPA). Nel lungo termine, il progetto 3GPP Long Term Evolution (LTE) ha in programma di incrementare l’UMTS a una velocità di 100 Mbit/s in download e 50 Mbit/s in upload, utilizzando una tecnologia cellulare di nuova generazione (4G) basata su orthogonal frequency-division multiplexing:      http://en.wikipedia.org/wiki/UMTShttp://www.etsi.org/website/technologies/umts.aspx  http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_access

 (2)

http://www.computerworld.com/s/article/9060198/The_LAN_turns_30_but_will_it_reach_40_

Le LAN erano diffuse al fine di condividere in una comunità locale di lavoro le risorse scarse di allora: lo spazio disco e le stampanti. La LAN Eternet è oggi uno standard gestito dall’ Institute of Electrical and Electronics Engineers: l’IEEE 802.3 http://standards.ieee.org/about/get/802/802.3.html

Il WiFi, noto nella comunità tecnica come IEEE 802.11 http://standards.ieee.org/about/get/802/802.11.html, ha contribuito a rendere utilizzate le reti LAN anche nell’ambiente domestico.

Verso dove stiamo andando…2 – Non è un Paese per vecchi (chi comanda qui?)

dicembre 3, 2012 in Senza categoria

Ecco la traduzione del post intitolato 

Where are we heading to…? (part 2)

No Country for Old men (…is anybody in charge here…?)

che trovate sul blog  Digital Agreement tenuto da Riccardo Genghini.

A voi la lettura… e i commenti!

Quali conseguenze ha la spesa sociale pubblica sui paesi appartenenti all’OCSE?

Devo ammettere, e la faccenda mi sembra così ovvia, che ancora temo di aver frainteso i numeri e i trend in atto. Perciò spero che tra i miei lettori ci sia qualcuno che mi voglia aiutare ad individuare l’informazione (mancante) che mi ha ingannato nelle mie valutazioni.

Oggi l’Europa ha circa 500 milioni di abitanti. Se si somma al numero degli anziani (sopra i 65 anni) quello dei giovani (di età compresa tra gli 0 e i 19 anni), nel 2010 il rapporto fra la popolazione inattiva e quella attiva (total dependency-ratio) risulta essere pari al 63,2%. Ciò significa che, per ogni 100 persone in età lavorativa, nell’EU27 ci sono 63,2 giovani o anziani che dipendono da coloro che lavorano: 63,2/100 = 63,2%. Nell’EU27 ciò corrisponde a un rapporto di circa tre persone in età lavorativa per ogni due persone non in età lavorativa.

Il numero delle persone di età inferiore ai 20 anni (in alcuni rapporti sulla  dependancy-ratio giovanile il limite di età è fissato a 15 anni) costituisce la base per calcolare la dependency-ratio dei giovani. Oggi tale rapporto è del 23%, mentre nel 2060 sarà del 25%. Ciò significa che, nei prossimi 50 anni, ci saranno, per ogni giovane (0-19), 4 persone in età lavorativa (20-65).  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Glossary:Young-age-ependency_ratio

Il numero delle persone di età superiore ai 65 anni fornisce invece la base per calcolare la dependency-ratio degli anziani. Oggi tale rapporto nell’EU27 è del 26,2%, il che significa che, per ogni 100 persone in età lavorativa, ci sono 26,2 persone anziane (come già specificato in precedenza). Nel 2045 la dependency-ratio degli anziani sarà del 45,42% e nel 2060 crescerà ulteriormente, attestandosi al 52,55%.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Glossary:Old-age-dependency_ratio

Chi ha letto le statistiche qui linkate, avrà notato che i limiti di età utilizzati per computare le persone anziane non attive non sono consistenti: in alcuni studi Eurostat viene considerato anziano chi abbia compiuto i 60 anni di età, mentre in altre indagini il limite di età è fissato a 65 anni.

In un futuro approfondimento, cercherò di analizzare le ragioni di queste differenze, che difficile impossibile compiere calcoli matematicamente esatti. Per il momento non possiamo escludere che tali diverse basi di calcolo siano considerate di qualche utilità quando si debba presentare un rapporto ai politici con responsabilità di governo: si tratta, dunque, di documenti  “tecnici” (prodotti da funzionari non eletti) che in qualche modo influenzano le decisioni politiche.

Qualunque ne sia la ragione, tali differenze nella base di calcolo della dependency-ratio determinano solo una variazione trascurabile dei dati statistici e non incidono sul trend complessivo che in questo post sto cercando di mettere in luce.

I rapporti di dipendenza qui citati sono consultabili a pagina 12 del “EU Youth Report 2012”  http://ec.europa.eu/youth/documents/national_youth_reports_2012/eu_youth_report_swd_situation_of_young_people.pdf a seguito della Comunicazione di Commissione COM(2012) 495 sull’implementazione del quadro rinnovato per la cooperazione europea per la gioventù (EU Youth Strategy 2010-2018) http://ec.europa.eu/youth/news/20120910_en.htm

Mi stupisce come numeri così preoccupanti siano usati per progettare politiche per  giovani e anziani europei, quando il vero significato di tali numeri è che il sistema previdenziale ed assistenziale sta implodendo, come cercherò di dimostrare nel resto di questo post. Per approfondire l’analisi , qui di seguito riporto alcuni link di siti che trattano il tema dell’evoluzione demografica in Europa.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KE-ET-10-001/EN/KE-ET-10-001-EN.PDF

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-08-072/EN/KS-SF-08-072-EN.PDF

Ora, nei prossimi 30 anni nell’EU27 la percentuale della popolazione anziana rispetto a quella in età lavorativa crescerà dal 26% al 45,42% circa (registrando un incremento di circa il 60%). Nel 2045 nell’EU27 il rapporto degli anziani rispetto ai lavoratori non sarà più di 3:2, ma decrescerà, attestandosi a 2:1. Un drammatico cambiamento.

Nei prossimi 50 anni il rapporto di dipendenza (dependency-ratio) dei giovani subirà solo lievi aumenti, secondo quanto afferma l’EU Youth Report del 2012, che, a pagina 12, riporta quali saranno gli sviluppi dell’indice di dipendenza di giovani ed anziani per i prossimi 50 anni. Il rapporto di dipendenza dei giovani, oggi del 23% (il 23% della popolazione totale ha un’età compresa tra 0 e 19 anni), si prevede arriverà ad essere del 25%. Ciò significa che per sostenere un giovane in età non lavorativa saranno necessari 4 lavoratori.

ec.europa.eu/youth/documents/national_youth_reports_2012/eu_youth_report_swd_results_of_eu_youth_strategy_2010-2012.pdf

Nel 2045, tra circa 30 anni, il rapporto totale di dipendenza di giovani e anziani (total old age and young age dependency) sarà di circa il 70% (con un 24% del primo rispetto a un 45% del secondo). Nel 2060 tale valore sarà di poco inferiore all’80%. Ciò significa che nel 2045 in Europa poco più del 50%  della popolazione complessiva lavorerà per mantenere la metà restante della popolazione.

Nel 2060 ci saranno 1,2 persone in età lavorativa per ogni persona non attiva.

Fin qui nulla di nuovo, dal momento che tutti probabilmente siamo a conoscenza del fatto che in Europa la piramide demografica si sta rovesciando. È importante sapere che, se compariamo queste tendenze con quelle di Giappone, USA, Canada o Australia, il trend complessivo verso l’aumento delle persone dipendenti viene confermato senza eccezioni, nonostante alcune differenze rilevanti, nell’evoluzione della piramide demografica. http://www.economist.com/node/13611235

Negli Stati Uniti, nel 2050, la somma dei rapporti di dipendenza di giovani e anziani mediamente si attesterà al 60%, ma la tendenza resta la stessa.

Quella della Cina è invece un’altra storia, a causa della politica del figlio unico che nei prossimi 40 anni porterà il numero delle persone anziane dipendenti a quadruplicarsi. Una situazione esplosiva se non adeguatamente gestita …

Da un’importante relazione dell’OCSE si apprende che nei paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico la spesa sociale è circa il 30% del PIL, con differenze trascurabili tra Europa e USA.

http://dx.doi.org/10.1787/220615515052

http://www.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/how-expensive-is-the-welfare-state_220615515052

Inoltre, dalle analisi sulle statistiche del gesttito fiscale (Tax Policy Analysis Revenue Statistics), redatte dall’OCSE nel 2012, risulta chiaro che nel 2011 la tassazione media (su redditi di persone fisiche, redditi di società, plusvalenze, sicurezza sociale e consumo di tassazione) nei paesi OCSE è stata circa il 33,8% del PIL, con la tassazione più bassa in Cile (19,6%) e quella più alta in Danimarca (47,6%): http://www.oecd.org/ctp/taxpolicyanalysis/table_a_eng.xls

http://www.oecd.org/ctp/taxpolicyanalysis/revenuestatistics2012edition.htm

Nel 2011 nei paesi EU27 le tasse sulla produzione e sulle importazioni, sono state calcolate essere pari al 33,3% del gettito fiscale totale, mentre le imposte correnti su reddito, salute, etc. al 31,2% del gettito fiscale totale. La quota delle imposte su reddito, salute, etc. è diminuita dal 2007 in poi, senza risalire nel 2010. La quota dei contributi sociali, cresciuta notevolmente dal 2008 al 2009, è leggermente scesa dal 2009 al 2010, attestandosi al 35,1% del gettito fiscale totale.

 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Tax_revenue_statistics

Semplificando, il gettito fiscale dell’EU27 può essere suddiviso come segue:

–        1/3 circa da IVA e tasse simili, come pedaggi di importazione

–        1/3 circa da redditi (di persone fisiche o società)

–        1/3 circa da contributi previdenziali e assistenziali

Da tutte queste considerazioni risulta chiaro come, entro l’OCSE, la spesa sociale rappresenti la grande maggioranza della spesa pubblica. In effetti, la percentuale di spesa sociale quasi eguaglia la percentuale di tassazione, se messe in relazione al PIL.

La relazione tra tasse e contributi previdenziali è costruita in modo assai vario nei diversi paesi, per cui sarebbe erroneo concludere che la quasi totalità del gettito fiscale si trasformi in spesa sociale..

Tuttavia guardando alle singole economie OCSE, come ad esempio a Germania, Italia, Francia e USA, si può vedere come la spesa sociale rappresenti la maggior parte della spesa pubblica (i.e. più del 50%), oltrepassando in alcuni casi (Germania, Italia, Francia) il 60% della spesa pubblica totale.

La Germania ha riportato nel 2011 un PIL di 3.479 milioni ed un gettito fiscale di circa 1.250 milioni, calcolati in dollari americani. La spesa sociale nel 2009 è stata di circa 745 milioni di euro (poco meno di un trilione di dollari americani).

http://www.tagesspiegel.de/politik/deutschland/sozialbericht-2009-sozialausgaben-steigen-um-33-milliarden-euro/1558648.html

4/5 della spesa pubblica tedesca è spesa sociale!

In Italia lo stato sociale è meno generoso: solo i 2/3 della spesa pubblica sono dedicati alla spesa sociale: http://www.cliclavoro.gov.it/SondaggiStatistiche/Documents/NotaspesasocialeinItalia.pdf

Che cosa apprendiamo da queste statistiche?

In primo luogo che non c’è più questa grande differenza tra Europa ed USA, quando si tratta di spesa sociale.

In secondo luogo che sarebbe impossibile accrescere la tassazione totale per cercare di coprire nei prossimi 50 anni il drammatico incremento del rapporto di dipendenza. O la produttività raddoppierà (e con lei redditi e PIL), o sarà necessario aumentare la tassazione (per la parte che resta non coperta dagli aumenti di produttività).

Le statistiche sui ricavi delle analisi della politica fiscale redatte dall’OCSE nel 2012 mostrano altrettanto chiaramente che nel corso degli ultimi 50 anni i livelli di tassazione sono stati inversamente proporzionali alla crescita del PIL: nel 1965 la tassazione media OCSE è stata il 25,5% del PIL e il tasso di crescita è stato solidamente sopra il 4%. Ora, la tassazione media è aumentata di circa il doppio e la crescita nell’OCSE è rallentata o inesistente, anche a causa del debito accumulato in molti paesi dell’OCSE. Considerazioni più dettagliate sulla gamma ottimale di tassazione sul PIL sono riportate nella relazione OCSE di novembre 2011 sul tema: “Cos’è un sistema fiscale “competitivo”?”.

http://www.oecd-ilibrary.org/taxation/what-is-a-competitive-tax-system_5kg3h0vmd4kj-en.

Appare, dunque, evidente che la piramide demografica capovolta non sia sostenibile al livello attuale della spesa sociale. L’esito più probabile di questa situazione sarà la necessità di apportare un drastico taglio alla spesa sociale.  Ciò avrà le drammatiche conseguenze politiche e sociali che oggi già vediamo in alcuni stati membri dell’Unione Europea.

Guardando ai disordini sociali in Grecia, Regno Unito, Spagna e Italia, mi chiedo: “I manifestanti credono davvero che un sistema di sicurezza sociale possa reggersi su soldi presi in prestito (o inesistenti)?”. Io non credo abbiano convinzioni così assurde.

Ho l’impressione che essi siano furiosi, perché nell’operare i tagli alla spesa sociale nessuno ha detto loro che le promesse fatte nei decenni precedenti erano vane (nel migliore dei casi) o false.

Ma guardando contemporaneamente la piramide demografica ed il livello di tassazione, risulta ovvio che anche gli stati “virtuosi” nei prossimi 50 anni dovranno dimezzare il totale della spesa sociale, se non ridurlo di 2/3, nel peggiore dei casi. Ci sarà una sproporzione insostenibile tra quello che un singolo cittadino OCSE sarà chiamato a pagare allo stato e i benefici che egli stesso ne riceverà in cambio, un giorno.

Questo sistema deve cambiare dal momento che inevitabilmente nei prossimi decenni provocherà rabbia e frustrazione, al punto da potere anche de-legittimare la democrazia. Anche durante l’ultima grande crisi sistemica (1929-1932) le democrazie si sono de-legittimate, per aver cambiato unilateralmente il patto sociale di fondo, di guisa che la maggioranza lo ha ripudiato.

Ma non sarà facile cambiare gli attuali trend della spesa sociale: l’importo della spesa sociale è visto come un “dato di fatto” che non può venir politicizzato: se qualcuno è malato deve essere curato, se qualcuno è disoccupato o socialmente debole/escluso deve essere sostenuto. Così una miriade di agenzie pubbliche e private accresce ogni giorno il numero di destinatari di prestazioni assistenziali o previdenziali, sulla base di valutazioni “tecniche” che restano (finora) oltre la portata di (fondate) decisioni politiche.

In Italia, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, nel 2008 le pensioni di accompagnamento sono aumentate del 58%. Non è un caso che tale aumento sia coinciso con la crisi finanziaria più profonda degli ultimi ottant’anni …

http://www.cliclavoro.gov.it/SondaggiStatistiche/Documents/NotaspesasocialeinItalia.pdf

E la stessa cosa è accaduta negli Stati Uniti con la spesa sociale per la disabilità:
http://www.economist.com/node/21564418

Se da un lato durante una crisi i governi vedono crescere la propria spesa sociale, dall’altro lato, quando cercano di riparare i propri bilanci, essi raramente tagliano la spesa per le persone socialmente deboli. Nel 2012 nel Regno Unito lo sforzo per ridurre il deficit pubblico si è concretizzato in una più forte tassazione ed in minori investimenti:

http://www.economist.com/blogs/buttonwood/2012/10/fiscal-policy

La conseguenza di tutto ciò è una spesa sociale pletorica, che non solo non è in grado di dare benessere nessuno dei suoi beneficiari (sempre più segregati socialmente), ma che comunque cresce inarrestabilmente.

Infatti, mentre una generazione fa, coloro che beneficiavano delle rimesse sociali avevano la possibilità di reinserirsi nel ciclo produttivo della società, usufruendo in questo modo di tali benefici solo per un periodo di tempo limitato, oggi restano sempre più dipendenti a tempo indeterminato.

 

In questa direzione, prima che la generazione del boom demografico si spenga, l’Europa (e molte economie OCSE) non saranno paesi per vecchi (e vecchie)…

E se le persone diventano disilluse, arrabbiate, sospettose di tutto ciò che  ambisce ad essere morale o  socialmente giusto, bene … allora la situazione diverrà ingovernabile. Dobbiamo solo guardare alla Grecia di oggi e all’Argentina di dieci anni fa, per capire se il debito pubblico diventa insopportabile, nessuno è più in grado si prendere decisioni politiche.

Già in questo momento la grande maggioranza dei cittadini nei paesi OCSE “virtuosi” ha l’inquietante presentimento che la reciprocità del patto sociale sia un inganno, che sta implodendo. Il sistema è a tal punto opaco, che troppe persone non sanno più se sono “beneficiari netti” o “contributori netti”. Tutto ciò deve finire prima che sia troppo tardi e prima che le decisioni vengano prese dalla massa o da organi “tecnici” con una (non così) implicita sospensione della democrazia e della responsabilità politica.