Anno 2000, quando i computer hanno iniziato a divenire onnipresenti (ubiquitous computing).

dicembre 5, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Anno 2000, quando i computer hanno iniziato a divenire onnipresenti (ubiquitous computing).

Dal blog di Riccardo Genghini Digital Agreement

Farei una netta distinzione riguardo l’impatto della digitalizzazione, prima e dopo l’avvento dell’ubiquitous computing (1). Infatti, nel 2000 il WiFi, l’ADSL e l’UMTS incominciarono a essere commercializzati, facendo diventare, nel giro di pochi anni, l’interconnessione via computer la norma, mentre prima era piuttosto l’eccezione.

Prima del 2000 i computer erano interconnessi solo tramite le Local Area Network (LAN), di cui si ebbe la prima applicazione commerciale nel dicembre 1977 alla Chase Manhattan Bank di New York (2). Cosa fondamentale, nel 2000 la velocità di connessione a Internet crebbe drasticamente grazie all’ADSL su linee fisse e all’UMTS su linee mobili, cosicché divenne normale scaricare a una velocità di 8 Mbit/s (attraverso l’ADSL) e 384 kbit/s (tramite l’UMTS). Un grande passo in avanti, se comparato alla velocità massima di download precedente, pari a 56 kbit/s.

Internet, ossia Youtube, Facebook, Pinterest, Tumblr, così come li conosciamo oggi, non si sarebbero potuti utilizzare con una velocità di upload/download inferiore a quella disponibile oggi. Anche Twitter, che in teoria non richiede la banda larga, è così diffuso perché, pur essendo un social network “senza fronzoli”, tramite cui si comunica con messaggi di soli 140 caratteri (che si differenzia radicalmente dai social network multimediali ad alto volume di dati, come youtube o facebook), comunque offre la possibilità di postare immagini e link (che richiedono la banda larga).

La distinzione tra prima e dopo la diffusione dell’ubiquitous computing è arbitraria, così come è la scelta dell’anno 2000. Ai fini del ragionamento, tuttavia non importa se sarebbe più corretto datare l’ubiquitous computing al 1996 (anno molto improbabile in quanto il WiFi, l’UMTS e l’ADSL non erano ancora sviluppati) o al 2005 (anno in cui sicuramente vi era già una diffusione globale dei computer e degli apparati mobili). Ad ogni modo, l’anno 2000 è significativo perché rappresenta il primo anno di un nuovo millennio, e di una nuova era dell’informatica, grazie all’avvento dell’ubiquitous computing.

 

Nel 2000  vi erano meno di 400 milioni di utenti Internet e circa 500 milioni di abbonati alla telefonia mobile. Oggi abbiamo più di due miliardi di utenti Internet e più di sei miliardi di persone usano i telefoni cellulari http://www.itu.int/ITU-D/ict/statistics/.

(1)

L’onnipresenza della connettività a una velocità di upload/ download che permette l’uso dei computer e dei cellulari come facciamo oggi, divenne realtà a partire dal 2000, quando Internet aveva circa 400 milioni di utenti, molti dei quali vi accedevano a una velocità tra i 14.4 kbit/s e i 56 kbit/s.

La connettività onnipresente come la conosciamo e la usiamo noi oggi, cominciò nel 1999-2000 con la connessione ADSL a banda larga: lo standard ITU G.992.1, con velocità di download fino a 8 Mbit/ s e velocità di upload fino a 1 Mbit/ s: http://www.itu.int/rec/T-REC-G.992.1.

Fino al 1999 le connessioni Internet non erano più veloci di 56.6 kbit/s durante il download e di 36.6 durante l’upload (raccomandazioni ITU-T V.90 e V.92). Inoltre, l’ISDN aveva una velocità di download/upload di soli 128 kbit/s, per ogni connessione duplex (CCITT red book del 1988, poi una raccomandazione ITU-T e ora, fra gli altri uno standard formale europeo, l’ETSI EN 300485) www.etsi.org/deliver/etsi_en/300400_300499/300485/01.03.01_20/en_300485v010301c.pdf).

 

Anche per i dispositivi mobili, la connettività onnipresente divenne possibile dal 2000 con l’UMTS e poi con l’HSDPA: l’UMTS supporta un massimo teorico di velocità di trasferimento dati pari a 42 Mbit/s quando l’HSPA+ è implementato nella rete. Gli utenti di reti distribuite possono aspettarsi una velocità di trasferimento dati fino a 384 kbit/s per i telefoni cellulari  Release ’99 (R99), l’originale UMTS Release, e 7.2 Mbit/s per i cellulari HSDPA in collegamento downlink. Tali velocità sono significativamente maggiori rispetto ai 9.6 kbit/s di un singolo canale GSM con tecnologia “circuit switched data” a correzione di errore (o a canali multipli da 9.6 kbit/s in HSCSD o 14.4 kbit/s per canali in CDMAOne).

Dal 2006, le reti UMTS in molti paesi sono state potenziate con l’High Speed Downlink Packet Access (HSDPA), noto anche come 3.5G. Al momento, l’HSDPA permette velocità di trasferimento downlink fino a 21 Mbit/s. Si sta anche procedendo al miglioramento della velocità di trasferimento uplink mediante l’High-Speed Uplink Packet Access (HSUPA). Nel lungo termine, il progetto 3GPP Long Term Evolution (LTE) ha in programma di incrementare l’UMTS a una velocità di 100 Mbit/s in download e 50 Mbit/s in upload, utilizzando una tecnologia cellulare di nuova generazione (4G) basata su orthogonal frequency-division multiplexing:      http://en.wikipedia.org/wiki/UMTShttp://www.etsi.org/website/technologies/umts.aspx  http://en.wikipedia.org/wiki/Internet_access

 (2)

http://www.computerworld.com/s/article/9060198/The_LAN_turns_30_but_will_it_reach_40_

Le LAN erano diffuse al fine di condividere in una comunità locale di lavoro le risorse scarse di allora: lo spazio disco e le stampanti. La LAN Eternet è oggi uno standard gestito dall’ Institute of Electrical and Electronics Engineers: l’IEEE 802.3 http://standards.ieee.org/about/get/802/802.3.html

Il WiFi, noto nella comunità tecnica come IEEE 802.11 http://standards.ieee.org/about/get/802/802.11.html, ha contribuito a rendere utilizzate le reti LAN anche nell’ambiente domestico.

Verso dove stiamo andando…2 – Non è un Paese per vecchi (chi comanda qui?)

dicembre 3, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Ecco la traduzione del post intitolato 

Where are we heading to…? (part 2)

No Country for Old men (…is anybody in charge here…?)

che trovate sul blog  Digital Agreement tenuto da Riccardo Genghini.

A voi la lettura… e i commenti!

Quali conseguenze ha la spesa sociale pubblica sui paesi appartenenti all’OCSE?

Devo ammettere, e la faccenda mi sembra così ovvia, che ancora temo di aver frainteso i numeri e i trend in atto. Perciò spero che tra i miei lettori ci sia qualcuno che mi voglia aiutare ad individuare l’informazione (mancante) che mi ha ingannato nelle mie valutazioni.

Oggi l’Europa ha circa 500 milioni di abitanti. Se si somma al numero degli anziani (sopra i 65 anni) quello dei giovani (di età compresa tra gli 0 e i 19 anni), nel 2010 il rapporto fra la popolazione inattiva e quella attiva (total dependency-ratio) risulta essere pari al 63,2%. Ciò significa che, per ogni 100 persone in età lavorativa, nell’EU27 ci sono 63,2 giovani o anziani che dipendono da coloro che lavorano: 63,2/100 = 63,2%. Nell’EU27 ciò corrisponde a un rapporto di circa tre persone in età lavorativa per ogni due persone non in età lavorativa.

Il numero delle persone di età inferiore ai 20 anni (in alcuni rapporti sulla  dependancy-ratio giovanile il limite di età è fissato a 15 anni) costituisce la base per calcolare la dependency-ratio dei giovani. Oggi tale rapporto è del 23%, mentre nel 2060 sarà del 25%. Ciò significa che, nei prossimi 50 anni, ci saranno, per ogni giovane (0-19), 4 persone in età lavorativa (20-65).  http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Glossary:Young-age-ependency_ratio

Il numero delle persone di età superiore ai 65 anni fornisce invece la base per calcolare la dependency-ratio degli anziani. Oggi tale rapporto nell’EU27 è del 26,2%, il che significa che, per ogni 100 persone in età lavorativa, ci sono 26,2 persone anziane (come già specificato in precedenza). Nel 2045 la dependency-ratio degli anziani sarà del 45,42% e nel 2060 crescerà ulteriormente, attestandosi al 52,55%.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Glossary:Old-age-dependency_ratio

Chi ha letto le statistiche qui linkate, avrà notato che i limiti di età utilizzati per computare le persone anziane non attive non sono consistenti: in alcuni studi Eurostat viene considerato anziano chi abbia compiuto i 60 anni di età, mentre in altre indagini il limite di età è fissato a 65 anni.

In un futuro approfondimento, cercherò di analizzare le ragioni di queste differenze, che difficile impossibile compiere calcoli matematicamente esatti. Per il momento non possiamo escludere che tali diverse basi di calcolo siano considerate di qualche utilità quando si debba presentare un rapporto ai politici con responsabilità di governo: si tratta, dunque, di documenti  “tecnici” (prodotti da funzionari non eletti) che in qualche modo influenzano le decisioni politiche.

Qualunque ne sia la ragione, tali differenze nella base di calcolo della dependency-ratio determinano solo una variazione trascurabile dei dati statistici e non incidono sul trend complessivo che in questo post sto cercando di mettere in luce.

I rapporti di dipendenza qui citati sono consultabili a pagina 12 del “EU Youth Report 2012”  http://ec.europa.eu/youth/documents/national_youth_reports_2012/eu_youth_report_swd_situation_of_young_people.pdf a seguito della Comunicazione di Commissione COM(2012) 495 sull’implementazione del quadro rinnovato per la cooperazione europea per la gioventù (EU Youth Strategy 2010-2018) http://ec.europa.eu/youth/news/20120910_en.htm

Mi stupisce come numeri così preoccupanti siano usati per progettare politiche per  giovani e anziani europei, quando il vero significato di tali numeri è che il sistema previdenziale ed assistenziale sta implodendo, come cercherò di dimostrare nel resto di questo post. Per approfondire l’analisi , qui di seguito riporto alcuni link di siti che trattano il tema dell’evoluzione demografica in Europa.

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KE-ET-10-001/EN/KE-ET-10-001-EN.PDF

http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-08-072/EN/KS-SF-08-072-EN.PDF

Ora, nei prossimi 30 anni nell’EU27 la percentuale della popolazione anziana rispetto a quella in età lavorativa crescerà dal 26% al 45,42% circa (registrando un incremento di circa il 60%). Nel 2045 nell’EU27 il rapporto degli anziani rispetto ai lavoratori non sarà più di 3:2, ma decrescerà, attestandosi a 2:1. Un drammatico cambiamento.

Nei prossimi 50 anni il rapporto di dipendenza (dependency-ratio) dei giovani subirà solo lievi aumenti, secondo quanto afferma l’EU Youth Report del 2012, che, a pagina 12, riporta quali saranno gli sviluppi dell’indice di dipendenza di giovani ed anziani per i prossimi 50 anni. Il rapporto di dipendenza dei giovani, oggi del 23% (il 23% della popolazione totale ha un’età compresa tra 0 e 19 anni), si prevede arriverà ad essere del 25%. Ciò significa che per sostenere un giovane in età non lavorativa saranno necessari 4 lavoratori.

ec.europa.eu/youth/documents/national_youth_reports_2012/eu_youth_report_swd_results_of_eu_youth_strategy_2010-2012.pdf

Nel 2045, tra circa 30 anni, il rapporto totale di dipendenza di giovani e anziani (total old age and young age dependency) sarà di circa il 70% (con un 24% del primo rispetto a un 45% del secondo). Nel 2060 tale valore sarà di poco inferiore all’80%. Ciò significa che nel 2045 in Europa poco più del 50%  della popolazione complessiva lavorerà per mantenere la metà restante della popolazione.

Nel 2060 ci saranno 1,2 persone in età lavorativa per ogni persona non attiva.

Fin qui nulla di nuovo, dal momento che tutti probabilmente siamo a conoscenza del fatto che in Europa la piramide demografica si sta rovesciando. È importante sapere che, se compariamo queste tendenze con quelle di Giappone, USA, Canada o Australia, il trend complessivo verso l’aumento delle persone dipendenti viene confermato senza eccezioni, nonostante alcune differenze rilevanti, nell’evoluzione della piramide demografica. http://www.economist.com/node/13611235

Negli Stati Uniti, nel 2050, la somma dei rapporti di dipendenza di giovani e anziani mediamente si attesterà al 60%, ma la tendenza resta la stessa.

Quella della Cina è invece un’altra storia, a causa della politica del figlio unico che nei prossimi 40 anni porterà il numero delle persone anziane dipendenti a quadruplicarsi. Una situazione esplosiva se non adeguatamente gestita …

Da un’importante relazione dell’OCSE si apprende che nei paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico la spesa sociale è circa il 30% del PIL, con differenze trascurabili tra Europa e USA.

http://dx.doi.org/10.1787/220615515052

http://www.oecd-ilibrary.org/social-issues-migration-health/how-expensive-is-the-welfare-state_220615515052

Inoltre, dalle analisi sulle statistiche del gesttito fiscale (Tax Policy Analysis Revenue Statistics), redatte dall’OCSE nel 2012, risulta chiaro che nel 2011 la tassazione media (su redditi di persone fisiche, redditi di società, plusvalenze, sicurezza sociale e consumo di tassazione) nei paesi OCSE è stata circa il 33,8% del PIL, con la tassazione più bassa in Cile (19,6%) e quella più alta in Danimarca (47,6%): http://www.oecd.org/ctp/taxpolicyanalysis/table_a_eng.xls

http://www.oecd.org/ctp/taxpolicyanalysis/revenuestatistics2012edition.htm

Nel 2011 nei paesi EU27 le tasse sulla produzione e sulle importazioni, sono state calcolate essere pari al 33,3% del gettito fiscale totale, mentre le imposte correnti su reddito, salute, etc. al 31,2% del gettito fiscale totale. La quota delle imposte su reddito, salute, etc. è diminuita dal 2007 in poi, senza risalire nel 2010. La quota dei contributi sociali, cresciuta notevolmente dal 2008 al 2009, è leggermente scesa dal 2009 al 2010, attestandosi al 35,1% del gettito fiscale totale.

 http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Tax_revenue_statistics

Semplificando, il gettito fiscale dell’EU27 può essere suddiviso come segue:

–        1/3 circa da IVA e tasse simili, come pedaggi di importazione

–        1/3 circa da redditi (di persone fisiche o società)

–        1/3 circa da contributi previdenziali e assistenziali

Da tutte queste considerazioni risulta chiaro come, entro l’OCSE, la spesa sociale rappresenti la grande maggioranza della spesa pubblica. In effetti, la percentuale di spesa sociale quasi eguaglia la percentuale di tassazione, se messe in relazione al PIL.

La relazione tra tasse e contributi previdenziali è costruita in modo assai vario nei diversi paesi, per cui sarebbe erroneo concludere che la quasi totalità del gettito fiscale si trasformi in spesa sociale..

Tuttavia guardando alle singole economie OCSE, come ad esempio a Germania, Italia, Francia e USA, si può vedere come la spesa sociale rappresenti la maggior parte della spesa pubblica (i.e. più del 50%), oltrepassando in alcuni casi (Germania, Italia, Francia) il 60% della spesa pubblica totale.

La Germania ha riportato nel 2011 un PIL di 3.479 milioni ed un gettito fiscale di circa 1.250 milioni, calcolati in dollari americani. La spesa sociale nel 2009 è stata di circa 745 milioni di euro (poco meno di un trilione di dollari americani).

http://www.tagesspiegel.de/politik/deutschland/sozialbericht-2009-sozialausgaben-steigen-um-33-milliarden-euro/1558648.html

4/5 della spesa pubblica tedesca è spesa sociale!

In Italia lo stato sociale è meno generoso: solo i 2/3 della spesa pubblica sono dedicati alla spesa sociale: http://www.cliclavoro.gov.it/SondaggiStatistiche/Documents/NotaspesasocialeinItalia.pdf

Che cosa apprendiamo da queste statistiche?

In primo luogo che non c’è più questa grande differenza tra Europa ed USA, quando si tratta di spesa sociale.

In secondo luogo che sarebbe impossibile accrescere la tassazione totale per cercare di coprire nei prossimi 50 anni il drammatico incremento del rapporto di dipendenza. O la produttività raddoppierà (e con lei redditi e PIL), o sarà necessario aumentare la tassazione (per la parte che resta non coperta dagli aumenti di produttività).

Le statistiche sui ricavi delle analisi della politica fiscale redatte dall’OCSE nel 2012 mostrano altrettanto chiaramente che nel corso degli ultimi 50 anni i livelli di tassazione sono stati inversamente proporzionali alla crescita del PIL: nel 1965 la tassazione media OCSE è stata il 25,5% del PIL e il tasso di crescita è stato solidamente sopra il 4%. Ora, la tassazione media è aumentata di circa il doppio e la crescita nell’OCSE è rallentata o inesistente, anche a causa del debito accumulato in molti paesi dell’OCSE. Considerazioni più dettagliate sulla gamma ottimale di tassazione sul PIL sono riportate nella relazione OCSE di novembre 2011 sul tema: “Cos’è un sistema fiscale “competitivo”?”.

http://www.oecd-ilibrary.org/taxation/what-is-a-competitive-tax-system_5kg3h0vmd4kj-en.

Appare, dunque, evidente che la piramide demografica capovolta non sia sostenibile al livello attuale della spesa sociale. L’esito più probabile di questa situazione sarà la necessità di apportare un drastico taglio alla spesa sociale.  Ciò avrà le drammatiche conseguenze politiche e sociali che oggi già vediamo in alcuni stati membri dell’Unione Europea.

Guardando ai disordini sociali in Grecia, Regno Unito, Spagna e Italia, mi chiedo: “I manifestanti credono davvero che un sistema di sicurezza sociale possa reggersi su soldi presi in prestito (o inesistenti)?”. Io non credo abbiano convinzioni così assurde.

Ho l’impressione che essi siano furiosi, perché nell’operare i tagli alla spesa sociale nessuno ha detto loro che le promesse fatte nei decenni precedenti erano vane (nel migliore dei casi) o false.

Ma guardando contemporaneamente la piramide demografica ed il livello di tassazione, risulta ovvio che anche gli stati “virtuosi” nei prossimi 50 anni dovranno dimezzare il totale della spesa sociale, se non ridurlo di 2/3, nel peggiore dei casi. Ci sarà una sproporzione insostenibile tra quello che un singolo cittadino OCSE sarà chiamato a pagare allo stato e i benefici che egli stesso ne riceverà in cambio, un giorno.

Questo sistema deve cambiare dal momento che inevitabilmente nei prossimi decenni provocherà rabbia e frustrazione, al punto da potere anche de-legittimare la democrazia. Anche durante l’ultima grande crisi sistemica (1929-1932) le democrazie si sono de-legittimate, per aver cambiato unilateralmente il patto sociale di fondo, di guisa che la maggioranza lo ha ripudiato.

Ma non sarà facile cambiare gli attuali trend della spesa sociale: l’importo della spesa sociale è visto come un “dato di fatto” che non può venir politicizzato: se qualcuno è malato deve essere curato, se qualcuno è disoccupato o socialmente debole/escluso deve essere sostenuto. Così una miriade di agenzie pubbliche e private accresce ogni giorno il numero di destinatari di prestazioni assistenziali o previdenziali, sulla base di valutazioni “tecniche” che restano (finora) oltre la portata di (fondate) decisioni politiche.

In Italia, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, nel 2008 le pensioni di accompagnamento sono aumentate del 58%. Non è un caso che tale aumento sia coinciso con la crisi finanziaria più profonda degli ultimi ottant’anni …

http://www.cliclavoro.gov.it/SondaggiStatistiche/Documents/NotaspesasocialeinItalia.pdf

E la stessa cosa è accaduta negli Stati Uniti con la spesa sociale per la disabilità:
http://www.economist.com/node/21564418

Se da un lato durante una crisi i governi vedono crescere la propria spesa sociale, dall’altro lato, quando cercano di riparare i propri bilanci, essi raramente tagliano la spesa per le persone socialmente deboli. Nel 2012 nel Regno Unito lo sforzo per ridurre il deficit pubblico si è concretizzato in una più forte tassazione ed in minori investimenti:

http://www.economist.com/blogs/buttonwood/2012/10/fiscal-policy

La conseguenza di tutto ciò è una spesa sociale pletorica, che non solo non è in grado di dare benessere nessuno dei suoi beneficiari (sempre più segregati socialmente), ma che comunque cresce inarrestabilmente.

Infatti, mentre una generazione fa, coloro che beneficiavano delle rimesse sociali avevano la possibilità di reinserirsi nel ciclo produttivo della società, usufruendo in questo modo di tali benefici solo per un periodo di tempo limitato, oggi restano sempre più dipendenti a tempo indeterminato.

 

In questa direzione, prima che la generazione del boom demografico si spenga, l’Europa (e molte economie OCSE) non saranno paesi per vecchi (e vecchie)…

E se le persone diventano disilluse, arrabbiate, sospettose di tutto ciò che  ambisce ad essere morale o  socialmente giusto, bene … allora la situazione diverrà ingovernabile. Dobbiamo solo guardare alla Grecia di oggi e all’Argentina di dieci anni fa, per capire se il debito pubblico diventa insopportabile, nessuno è più in grado si prendere decisioni politiche.

Già in questo momento la grande maggioranza dei cittadini nei paesi OCSE “virtuosi” ha l’inquietante presentimento che la reciprocità del patto sociale sia un inganno, che sta implodendo. Il sistema è a tal punto opaco, che troppe persone non sanno più se sono “beneficiari netti” o “contributori netti”. Tutto ciò deve finire prima che sia troppo tardi e prima che le decisioni vengano prese dalla massa o da organi “tecnici” con una (non così) implicita sospensione della democrazia e della responsabilità politica.

Dove stiamo finendo?

giugno 27, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Da www.digitalagreement.eu

Un giorno i miei figli mi hanno chiesto se gli stati stessero prendendo in prestito così tanto rispetto alla nostra famiglia da non potere più ottenere credito. Il mio primo istinto sarebbe stato rispondere “Sì”. Prima di farlo, però, ho buttato giù un paio di cifre, giusto per essere sicuro.

Eccole qui:

Il Pil pro capite dell’Europa occidentale varia tra 32.000 e 38.000 dollari statunitensi (USD), a parità di potere d’acquisto nel 2009 (Fonte: The Economist, The World In Figures 2012).

Il prezzo medio per acquistare una casa in Europa occidentale va da 150.000 a 180.000 USD, sempre a parità di potere d’acquisto nel 2009.

Di conseguenza, coloro che intendono comprare una casa accendono un mutuo, il cui capitale varia da un minimo del 450% ad un massimo del 560% del loro reddito annuo.

Perché allora gli stati non possono indebitarsi sui mercati, dal momento che il loro rapporto debito/Pil si aggira tra il 70% e il 200%?

La risposta è semplice, ma non ovvia.

Una banca presterebbe 150.000 USD a un padre di famiglia che intende spendere il denaro come segue (fonte: Eurostat):

5% in investimento capitale

10% in cibo e altri articoli

13% in spese sanitarie

15% in altri servizi

23% in personale di servizio

39% in assistenza ai membri anziani della famiglia

5% in interessi?

 

MAI E POI MAI!!!

Infatti, una famiglia media che chiede di accendere un mutuo spende (dati aggregati da Eurostat, 2005):

10% in investimento capitale (casa)

25% in cibo e altri beni di consumo (arredamento, abbigliamento)

11% in servizi (comunicazioni, utenze, attività ricreative e culturali, educazione, hotel e ristoranti)

9% in trasporti (automobile privata e trasporto pubblico)

2% in sanità

8% in interessi

35% in tasse (media OCSE per l’anno 2009, ma in alcuni stati, come la Francia, la tassazione può costituire il 50% del Pil).

 

Significa che il 68% del reddito disponibile di una famiglia è utilizzato per l’acquisto di beni. Il 33% degli acquisti di una famiglia riguarda beni durevoli (casa, automobile, arredamento, elettrodomestici, TV, computer ecc.), in confronto al 5% speso dallo stato.

Nel 1910 lo stato spendeva il 12,5% del Pil e, proprio come una normale famiglia dei nostri tempi, destinava circa il 30% di quanto speso all’acquisto di beni durevoli (infrastrutture). Oggi lo stato spende in media il 45,6% del Pil, di cui solo il 11% è investito in infrastrutture (Fonte: Vito Tanzi -FMI- & Ludger Schuknecht -BCE-, Public Spending in the 20th Century. A Global Perspective, Cambridge University Press, 2000).

Il comportamento di spesa dello stato è uguale a quello di un barbone, che spende quasi il 90% di quanto guadagna. I barboni non hanno accesso al credito. I poveri riescono eventualmente ad ottenerlo se vi è la possibilità concreta di un aumento del loro reddito, o se, come nel caso della micro finanza, il credito serve a stimolare gli investimenti e, di conseguenza, i guadagni.

 

Oserei dire che la differenza tra un barbone e un povero risiede nel fatto che il secondo, pur essendo indigente, cerca di migliorare la propria condizione, mentre il primo è indigente (in gran parte) a causa del proprio atteggiamento.

 

Direi che è ormai ovvio che nei mercati (obbligazionari) deve avvenire un mutamento paradigmatico: negli ultimi 100 anni la quantità di denaro raccolta dagli stati, in termini relativi e assoluti, è cresciuta senza sosta. Ora questo sta per cambiare, per tre motivi principali:

  1. è difficile immaginare che gli stati possano ottenere una quota di Pil superiore al 50%, quindi non hanno molte possibilità di avere una fetta di torta più grossa. Numerosi economisti, infatti, raccomandano di mantenere il livello di tassazione al di sotto del 35%. E’ perciò molto probabile che la quota di Pil destinata allo stato un giorno o l’altro si ridurrà;
  2. la crescita della produttività nei paesi OCSE sta rallentando, e non solo a causa della congiuntura economica. Anche la crescita del reddito personale e della ricchezza generale sta quindi rallentando;
  3. l’indice di dipendenza strutturale nei paesi OCSE cambierà in modo radicale nei prossimi 30 anni: nel 2035 avremo 117,6 persone dipendenti per 100 persone attive. Oggi il rapporto è di 79,6 su 100. Questo significa che nei prossimi 30 anni ci sarà un aumento di circa il 50% (Fonte: statistiche OCSE sulla popolazione, 2006). Se non cambierà nulla, nel 2030 non meno del 60% delle spese dello stato riguarderà l’assistenza pubblica. Per coprire tali spese, il livello di tassazione/contributo medio dovrà superare il 60% di almeno il 10%.

Quindi la risposta che ho dato ai miei figli è stata:

No, lo stato sta prendendo in prestito molto meno rispetto ad una famiglia che accende un mutuo. Ma è perfettamente chiaro che il suo comportamento di spesa è insostenibile. Meno del 10% dei soldi presi in prestito viene usato per aumentare le infrastrutture (beni); la maggior parte di quel che rimane è invece data alle persone in stato di bisogno. Chi aiuterebbe i bisognosi con soldi presi in prestito?

Un santo…o un folle.

La pensione dei notai nel 2035Italian notaries pension in 2035

giugno 26, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Allegato 1: Risparmio Pensionistico Accumulo Previdenziale

Allegato 2

Il 40% degli onorari notarili … abrogati (!!!) da destinare alla propria pensione ?

Il 40% di zero è zero.

Oppure é troppo.

 

Come calcolare in modo legittimo e razionale la pensione dei notai, in seguito all’abrogazione delle tariffe notarili ?

Allego due files:

1) Uno mediante il quale ciascun notaio può calcolare quanto occorre versare per maturare in 45 anni la nostra attuale pensione lorda di circa 95.000 euro. La maggior parte di noi versa un importo che é il doppio di quello che emerge da questo foglio XLS usato nel mercato dei fondi pensionistici per calcolare la rendita di un prodotto pensionistico. In tutta onestà, non capisco come faccia la Cassa ad essere in difficoltà, nonostante le centinaia di notai che hanno deciso di appendere il sigillo al chiodo.

2) Uno che calcola l’accumulo di un notaio medio che ha preso servizio (come me) nel 1990 e va in pensione dopo 45 anni. Ho controllato i conti con un attuario che mi ha detto che sono approssimativi ma nella sostanza corretti: le rivalutazioni sono fatte sulla base dell’inflazione effettiva degli anni 1990-2011 senza mark-up. Vale a dire uno scenario estremamente conservativo, perchè assume che il fondo pensionistico non renda più dell’inflazione. Da questa seconda tabella si vede che il valore dell’accumulo pensionistico dopo 45 anni di lavoro (repertorio medio di riferimento = 100.000 euro) supera i due milioni di euro. Se quel notaio medio campasse 100 anni (come io mi auguro di campare) comunque rimarrebbero 640.000 euro nel suo accumulo previdenziale. Se avesse la sfortuna di campare solo 90 anni, oltre un milione del suo risparmio previdenziale rimarrebbe acquisito al patrimonio della cassa. Ribadisco: si tratta di calcoli approssimativi. Sarò grato a chiunque mi spieghi un metodo di calcolo più preciso (ma comunque per me comprensibile).

Comunque ognuno di noi comprende che, anche se fossero ritenuti errati, questi calcoli dimostrano che se ciascuno di noi avesse investito personalmente questi soldi versati alla Cassa, ne avrebbe avuto maggiore beneficio e maggiore certezza per la sua vecchiaia. Ne consegue che occorre riflettere un attimo su un sistema previdenziale disegnato nel 1913 per una ricca casta superprotetta dallo stato.

Oggi siamo sul mercato e lo stato si aspetta che lavoriamo gratis per il bene comune.

Dobbiamo avere chiaro che il nostro sistema previdenziale é unico nel suo genere, con tre anomalie che debbono essere riviste, dopo 4 anni di liberalizzazioni tariffarie:

a) paghiamo una aliquota contributiva che non é correlata al nostro reddito

b) paghiamo senza un limite massimo (nelle altre professioni il limite é di circa 95.000 euro)

c) percepiamo una pensione che non é commisurata al montante dei contributi versati. Sappiamo bene che la Cassa difende con orgoglio il nostro sistema “solidaristico” di contribuzione.

Ma fino a quando sarà sostenibile ? Cominciamo a pensare a soluzioni alternative quando l’aliquota contributiva supera il 50% … 60% ?

Where do we come from…?

giugno 13, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Where do we come from?
From digitalagreement

E’ comprensibile che si consideri “normale” ciò che è stato normale per gli ultimi 150 anni.
Ma se guardassimo la realtà nella prospettiva dei millenni, allora quella normalità ci apparirebbe più come un’eccezione.
Il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale calcolato da Angus Maddison in Keary-Kamis US $ alla parità di potere d’acquisto del 1990 era all’anno 1 d.C. poco più di 100 milioni di dollari. Nel 2000 era più di 25.000 milioni di dollari: un incremento di 250 volte. L’aumento da 100 milioni a 600 milioni è avvenuto in 1820 anni, mentre l’aumento da 600 a 25.000 milioni è avvenuto in 180 anni. La velocità dell’incremento del PIL negli ultimi 180 anni è stato 400 volte superiore ai precedenti 1800 anni (immagine 1).

Cosa è successo negli ultimi 180 anni?
Un importante fattore di cambiamento è stato la crescita della popolazione: negli ultimi 180 anni è aumentata la popolazione e il suo tasso di crescita è diventato dieci volte più veloce, a confronto dei 1800 anni precedenti.
Dall’anno 1 d.C. all’anno 1820, la popolazione è quintuplicata da 165 a 1000 milioni.
Dal 1820 al 2000 la popolazione è aumentata di 6 volte da 1 a 6 miliardi (immagine 2).

Cos’altro è cambiato negli ultimi 180 anni che spieghi un incremento di 40 volte del PIL mondiale?
La risposta ovvia è: la rivoluzione industriale, che ha trasformato il mondo a partire dal 1820.
Ma la rivoluzione industriale non si è diffusa in maniera uguale o sincrona in tutto il pianeta. Alcune nazioni hanno accolto la rivoluzione industriale più entusiasticamente, altre non hanno potuto o non hanno voluto. Quelle che non hanno avviato la rivoluzione industriale in generale non erano preparate ad affrontare le conseguenze sociali dell’industrializzazione, o hanno cercato di domarne gli effetti collaterali: hanno eretto barriere morali, sociali o etiche all’industrializzazione. Queste nazioni non hanno mai costruito un’industria nazionale e sono quindi rimaste povere.
Per costruire un apparato industriale nazionale è necessario l’intervento di veri industriali. Burocrati, venditori o mercanti avrebbero preferito continuare a svolgere la propria attività nel modo conosciuto: nella loro prospettiva risultava molto più efficiente e lucrativo, cioè bassi investimenti con il più alto tasso di ritorno possibile, indirizzati soprattutto allo sfruttamento della regolamentazione, delle asimmetrie informative e della scarsità.

Un cambiamento radicale nell’allocazione del capitale con la migrazione a sistemi di produzione a capitale intensivo e lavoro di massa, ha richiesto una nuova classe sociale con una nuova mentalità. Questo è ciò che è accaduto innanzitutto negli Stati Uniti durante la seconda metà del XIX secolo: nacquero nuove regole, una nuova estetica e una nuova etica. L’etica e l’estetica del gentleman inglese (distaccato, indifferente, autonomo, privo di senso pratico… un uomo che, almeno indirettamente profittava dell’esistenza delle colonie), sono state soppiantate dall’etica ed estetica del businessman impegnato, professionale, efficiente e quadrato (che non si aspetta e non chiede rendite di posizione). La classe sociale dalla nuova mentalità stava superando le regole esistenti delle classi dominanti: l’aristocrazia, i negozianti, gli artigiani e i commercianti, che avevano costituito l’ossatura della società per sette millenni (e, nei paesi sottosviluppati, la costituiscono ancora).

L’impero britannico (e parte del Commonwealth) iniziarono l’industrializzazione. Ma la mentalità tradizionale degli Inglesi e la struttura sociale conservatrice degli aristocratici e dei professionisti militari produssero resistenza all’industrializzazione sfrenata e, in un’ultima analisi, la contennero. Negli Stati Uniti gli industriali erano la prima aristocrazia locale, la classe sociale dominante: gli Stati Uniti sono un monumento vivente al trionfo dell’industrializzazione.
Perché l’Africa, l’Asia e l’America Latina rimasero indietro? Il colonialismo certamente ostacolò l’industrializzazione delle colonie nel XIX secolo, ma il colonialismo da solo non può spiegare perché la rivoluzione industriale non è avvenuta in quattro quinti del mondo durante il ventesimo secolo.

Infatti molti sforzi vennero fatti in Asia, Africa, Europa orientale e America latina, nella maggior parte dei casi inutilmente.
L’industrializzazione fu un successo solo nelle società aperte. Quindi, più una nazione era aperta (agli stranieri e al cambiamento sociale) più beneficiò dell’industrializzazione. Al contrario, laddove si cercava l’industrializzazione senza però accettare i conseguenti cambiamenti sociali (come nei regimi comunisti, populisti o autocratici), si sprecarono enormi investimenti in infrastrutture e risorse industriali.
La Germania, il Giappone e in minor misura, la Francia e l’Italia, furono le nazioni che seguirono con successo il percorso verso l’industrializzazione, dopo i due precursori (GB e USA). In tutte queste nazioni le classi emergenti espressero una nuova mentalità, nuove regole, una nuova etica e una nuova estetica: libertarismo, utilitarismo, impressionismo, realismo, esistenzialismo, razionalismo, irrazionalismo, socialismo, cubismo, nudismo, espressionismo, etc.

Alcuni spiegano l’apertura sociale dell’Europa degli ultimi quindici secoli con la coesistenza del potere temporale (monarchia) con il potere spirituale (papato). Ma il Papa, in ultima analisi, era di fatto un altro imperatore, a quel tempo: governava una nazione e riteneva di avere il diritto morale di decidere chi dovesse governare come re nella altre nazioni (attraverso l’incoronazione). Certamente il dualismo di potere religioso e potere temporale in Europa è unico, a confronto con le altre grandi civiltà della storia (come gli Arabi, gli Indiani e i Cinesi).

Non si deve peró sottovalutare l’importanza che ha avuto, nello sviluppo europeo, la “lex mercatoria“: il sistema di precedenti giurisprudenziali sviluppato dai tribunali mercantili, per adattare il diritto romano (lo “ius commune” alle esigenze del commercio.

La legge romana sopravvisse al crollo dell’Impero Romano per mille cinquecento anni, fino al 1804, quando Napoleone l’abrogò con il “Code Civile”. Trasformando il diritto romano i mercanti crearono la Lex Mercatoria (legge mercantile). Per più di 6 secoli (dal XI secolo al 1804), i tribunali dei mercanti furono istituzioni parallele ai tribunali di stato. Ciononostante la loro autorità non fu mai messa in discussione né dai cittadini né dagli Stati assolutistici.

Solo nel 1804 Napoleone trasformò la legge mercantile nella legge dello Stato francese e la esportò in tutte le nazioni europee da lui occupate militarmente.
La legge mercantile era tecnocratica, e veniva applicata in maniera severa e omogenea in tutta Europa: prendete in considerazione la scena che si svolge al tribunale nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare, scritto attorno all’anno 1599 e che descrive i lavori del “Supremo Tribunale della Quarantia” di Venezia del XVI secolo.
La legge mercantile proteggeva e rafforzava l’accumulazione del capitale, a spese dei diritti individuali dell’imprenditore: la legge mercantile richiedeva ai mercanti di essere solvibili, meglio se ricchi. Quindi, non è un caso che molti di loro fossero più ricchi di interi stati.
E’ un luogo comune dire che il successo delle nazioni occidentali è stato il successo dell’individualismo protestante. C’è una buona dose di approssimazione, tuttavia, in questa affermazione. Infatti la legge mercantile non era affatto individualistica. La legge mercantile proteggeva l’impresa (mercatura) e i suoi creditori a spese anche del mercante stesso. I soci occulti erano pienamente responsabili per tutte le obbligazioni del mercante cui erano associati. Un mercante che truccasse i propri libri contabili veniva punito con la detenzione. Se dichiarava bancarotta ed i suoi libri non erano in ordine, veniva messo a morte. Tutti i mercanti coinvolti in un’impresa dovevano essere personalmente e pienamente responsabili dei debiti dell’impresa. Nessuna eccezione, per nessuno. I creditori personali del mercante non potevano rivalersi sul patrimonio dell’impresa che erano destinati esclusivamente alla soddisfazione dei creditori della stessa.
Queste non sono regole individualistiche. Queste regole proteggevano la collettività dei mercanti e tutte le parti creditrici. Proteggevano l’espansione del commercio, del credito e l’incremento del patrimonio
d’impresa. La proprietà del mercante era completamente dedicata all’attività imprenditoriale del mercante.
A confronto con la lex mercatoria, la legge araba era molto più individualista: permetteva al mercante di lasciare l’impresa in ogni momento e proteggeva la sua proprietà da tutti i rischi e le responsabilità a questa connessi: queste sono le conclusioni di Timur Kuran (http://econ.duke.edu/people/kuran) nella sua splendida opera “The Long Divergence: How Islamic Law Held Back the Middle East” http://press.princeton.edu/titles/9273.html.
Il grande balzo in avanti dell’Europa occidentale nel XIX secolo è stato preparato a lungo, in un lungo periodo durante il quale la società europea è diventata più tollerante, aperta, individualista, ma al tempo stesso rispettosa dei diritti e degli interessi collettivi che erano nutriti e rappresentati da molte entità legali.

Non possiamo dare per scontato, in un momento difficile come quello attuale, ciò che è accaduto negli ultimi 2000 anni. Dobbiamo comprendere le cause che hanno reso possibile il percorso verso la ricchezza dei paesi occidentali. Dobbiamo chiederci come è stato possibile che l’Europa, che era poverissima dopo l’abolizione della schiavitù e il collasso dell’economia basata sul lavoro degli schiavi (con un reddito pro capite molto più basso dei Paesi più poveri dell’Africa al giorno d’oggi) sia stata in grado di riprendersi e di diventare più prosperosa delle altre grandi civiltà del mondo.

All’inizio del primo millennio dopo Cristo, l’Europa aveva un reddito pro capite che era più basso del 10% del reddito medio pro capite del resto del mondo (Asia, Africa, America Latina; poco si sa del Nord America e dell’Australia).

Oggi Africa, Asia e America Latina hanno meno di un quinto del PIL pro capite dell’Europa e degli Stati Uniti (vedere immagine 3), anche se negli ultimi 180 anni, il PIL pro capite ha avuto un incremento di 3 volte in Africa, 8 volte in Asia e 10 volte in America latina ed Europa dell’est.
Dopo la lunga età buia tra la fine dell’Impero Romano e l’anno 1000, l’Occidente (a quell’epoca, l’Occidente era solo l’Europa occidentale) continuò a crescere, inventare, innovare. Ma solo con l’industrializzazione il reddito personale iniziò a crescere esponenzialmente.
Lo stesso vale per il resto del mondo. In America Latina e Europa Orientale, vediamo il PIL pro capite crescere significativamente con la stessa curva crescente del mondo occidentale per la prima volta dopo il 1870, con l’industrializzazione.
La stessa cosa è vera per l’Asia, dal 1950. In Africa fino al 2000 c’era una crescita più modesta del reddito personale.
E’ chiaro che l’industrializzazione ha risolto un problema strutturale che richiede di essere risolto per poter diventare ricchi. E il problema che l’industrializzazione risolve è la bassa produttività del lavoro. Quanto grano può produrre un contadino, scavando la terra a mani nude? E’ in grado di sostentare una famiglia di 10 persone? L’ovvia risposta è che non può.
La schiavitù è stata la risposta di ingegneria sociale a questo problema, infatti in tutte le civiltà umane del VII millennio a.C. troviamo la schiavitù: Mesopotamia, America Centrale e Asia, civiltà che non avevano alcuna conoscenza dell’esistenza dell’altra.

La maniera più efficace di sostentare tutti era che la proprietà della terra e dei costosi attrezzi necessari alla coltivazione prevedesse anche la proprietà della forza lavoro: un cambiamento radicale, alla struttura sociale dei cacciatori-raccoglitori che si muovevano sulla terra come popolazioni libere e selvagge per i precedenti 50.000 anni.
Persino l’Europa occidentale fu in grado di riavviare la sua economia solo reintroducendo (nelle colonie) la schiavitù, nonostante fosse una pratica bandita dal Cristianesimo.
L’industrializzazione si è dimostrata una modalità molto migliore di accrescere il benessere rispetto all’economia schiavistica o del mercantilismo, perché ha risolto la causa della povertà (la scarsa produttività) e non il sintomo (il basso reddito e quindi i bassi tassi di accumulazione). Tutte le regole che erano state introdotte per regolamentare il commercio e il consumo dall’XI secolo in poi, trovavano la loro giustificazione pratica e morale nella scarsità.

L’industrializzazione rese possibile l’abbondanza e richiese pertanto mercati globali, regole globali e meno barriere.
Molti di coloro i quali invocano oggi il ritorno delle barriere protezionistiche, non sono consapevoli del fatto che la Cina e l’India sono diventate povere quando si sono chiuse al commercio estero. La Gran Bretagna e l’Olanda sorpassarono la Spagna e la Francia perché favorirono il commercio e l’industria, non il mercantilismo.
Ho cercato di riassumere i miei ultimi dieci anni di studi legali ed economici in meno di 2000 parole. Quindi sono sicuro di aver omesso alcuni importanti fenomeni che hanno dato forma alla storia e all’economia degli ultimi due millenni. Sarò felice di chiunque vorrà sottolineare l’importanza di alcuni eventi che non ho menzionato, cosicché, insieme, possiamo tracciare un quadro più dettagliato di quale sia la nostra origine.

Sapere da dove veniamo è di estrema importanza, oggi, perché ci mostra un’evoluzione. Ci mostra un percorso (piuttosto lineare) che l’Occidente ha seguito per diventare ciò che è oggi. Ci mostra inoltre la direzione del nostro divenire: la direzione sociale, la direzione culturale, la direzione economica e politica.
In breve, l’evoluzione dell’Occidente si caratterizza per l’abilità di evolvere socialmente, di essere culturalmente aperto e tecnologicamente innovativo e di generare il più grande cambiamento sociale di tutti i tempi (dopo la fine della struttura tribale della società): l’ascesa dell’industria e di una classe di industriali che hanno risolto il problema della scarsità e della bassa produttività del lavoro.
Ma qualcosa è cambiato, apparentemente, negli ultimi dieci anni: gli Stati Uniti si avviano verso un default tecnico del proprio debito pubblico, se nessun compromesso politico sul budget federale viene raggiunto prima della fine del 2012.
La Spagna ieri ha chiesto un salvataggio massiccio del proprio sistema bancario.
La Grecia è in default tecnico.
L’Irlanda e il Portogallo sono state salvate.
Italia e Francia appaiono piuttosto instabili a causa del forte indebitamente pubblico.
La crescita è in diminuzione ovunque, persino nei paesi in fase di sviluppo.
L’Occidente è diventato di nuovo povero in dieci anni?
Dove stiamo andando?

 

What will come next?

giugno 4, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Come promesso, il primo post del mio nuovo blog, versione ufficiale in lingua italiana del blog che tengo personalmente all’indirizzo: http://www.digitalagreement.eu/

Nell’attesa di poter leggere i Vostri commenti, buona lettura…

 

Natale 1999. Durante la lettura dell’edizione celebrativa del millennio ho avuto un’epifania leggendo l’articolo “Road to Riches”: alcuni dati di Angus Maddison erano riassunti in un grafico che mostrava l’incremento della produttività nel mondo occidentale:

http://www.economist.com/node/346598

 

Quando vidi il grafico mi resi conto che la curva doveva necessariamente iniziare a flettersi. E quindi mi preparai per questa eventualità.

Nel 2006 i miei investimenti hanno iniziato a fruttare: mentre altri sopravvivevano a fatica, la mia attività prosperava e addirittura triplicava, in un mercato in chiara flessione, se non addirittura al collasso, come ad esempio accadeva nel settore immobiliare (di cui consiste più della metà della mia attività notarile).

Sostanzialmente l’articolo dell’Economist mi ha fatto capire ciò che per la maggior parte delle persone rimane ancora pressoché inaccettabile: che il secolo scorso è stato un’eccezione, quasi irripetibile nella sua moltiplicazione di benessere e conoscenza. Non si è trattato affatto di una coincidenza quindi che la scorsa settimana ho letto un articolo  di Bagehot (Sì! Ancora nell’Economist!) che praticamente riassumeva i miei pensieri: ” The nightmare scenario”

http://www.economist.com/node/21555564

Non sono sicuro di avere una soluzione. Probabilmente non c’è una soluzione, a meno di non riconsiderare la realtà partendo da nuove teorie (Einstein).

Non sono nemmeno sicuro di aver compreso appieno la situazione del mondo occidentale, una definizione obsoleta tra l’altro, perché ci sono tanti paesi dell’est e del sud del mondo che sono diventati ormai ricchi, democratici e aperti. Una migliore denominazione è “Paesi dell’OCSE” o semplicemente OCSE, per riferirsi ai 34 Paesi che sono attualmente membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico:

www.oecd.org.

Penso inoltre che ci sono persone che hanno iniziato a cercare di capire i fatti che spiegano la difficile situazione attuale.

Troppi di loro si rifiutano di esprimere i loro pensieri chiaramente. E ce ne sono troppi che gridano senza avere nulla da dire, a parte incolpare gli altri per i problemi irrisolti (il governo, l’opposizione, le banche, i sindacati, … insomma, i soliti sospetti!)

Questo mio nuovo blog ha l’ambizione di porre quesiti e di raccogliere le opinioni di coloro i quali sono interessati a scoprire la strada verso un futuro sostenibile (per le popolazioni dell’OCSE).

In qualità di giurista, la mia ambizione è di capire  quali sono le regole che possano garantire giustizia e pace nel prossimo secolo. Le buone regole durano a lungo: la “Ius Commune” degli antichi Romani è durata per circa 1500 anni dopo la caduta dell’Impero Romano.

Sono convinto che molte nostre leggi attuali non dureranno più di un decennio.

E poi?