Where do we come from…?

giugno 13, 2012 in Blog di Riccardo Genghini

Where do we come from?
From digitalagreement

E’ comprensibile che si consideri “normale” ciò che è stato normale per gli ultimi 150 anni.
Ma se guardassimo la realtà nella prospettiva dei millenni, allora quella normalità ci apparirebbe più come un’eccezione.
Il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale calcolato da Angus Maddison in Keary-Kamis US $ alla parità di potere d’acquisto del 1990 era all’anno 1 d.C. poco più di 100 milioni di dollari. Nel 2000 era più di 25.000 milioni di dollari: un incremento di 250 volte. L’aumento da 100 milioni a 600 milioni è avvenuto in 1820 anni, mentre l’aumento da 600 a 25.000 milioni è avvenuto in 180 anni. La velocità dell’incremento del PIL negli ultimi 180 anni è stato 400 volte superiore ai precedenti 1800 anni (immagine 1).

Cosa è successo negli ultimi 180 anni?
Un importante fattore di cambiamento è stato la crescita della popolazione: negli ultimi 180 anni è aumentata la popolazione e il suo tasso di crescita è diventato dieci volte più veloce, a confronto dei 1800 anni precedenti.
Dall’anno 1 d.C. all’anno 1820, la popolazione è quintuplicata da 165 a 1000 milioni.
Dal 1820 al 2000 la popolazione è aumentata di 6 volte da 1 a 6 miliardi (immagine 2).

Cos’altro è cambiato negli ultimi 180 anni che spieghi un incremento di 40 volte del PIL mondiale?
La risposta ovvia è: la rivoluzione industriale, che ha trasformato il mondo a partire dal 1820.
Ma la rivoluzione industriale non si è diffusa in maniera uguale o sincrona in tutto il pianeta. Alcune nazioni hanno accolto la rivoluzione industriale più entusiasticamente, altre non hanno potuto o non hanno voluto. Quelle che non hanno avviato la rivoluzione industriale in generale non erano preparate ad affrontare le conseguenze sociali dell’industrializzazione, o hanno cercato di domarne gli effetti collaterali: hanno eretto barriere morali, sociali o etiche all’industrializzazione. Queste nazioni non hanno mai costruito un’industria nazionale e sono quindi rimaste povere.
Per costruire un apparato industriale nazionale è necessario l’intervento di veri industriali. Burocrati, venditori o mercanti avrebbero preferito continuare a svolgere la propria attività nel modo conosciuto: nella loro prospettiva risultava molto più efficiente e lucrativo, cioè bassi investimenti con il più alto tasso di ritorno possibile, indirizzati soprattutto allo sfruttamento della regolamentazione, delle asimmetrie informative e della scarsità.

Un cambiamento radicale nell’allocazione del capitale con la migrazione a sistemi di produzione a capitale intensivo e lavoro di massa, ha richiesto una nuova classe sociale con una nuova mentalità. Questo è ciò che è accaduto innanzitutto negli Stati Uniti durante la seconda metà del XIX secolo: nacquero nuove regole, una nuova estetica e una nuova etica. L’etica e l’estetica del gentleman inglese (distaccato, indifferente, autonomo, privo di senso pratico… un uomo che, almeno indirettamente profittava dell’esistenza delle colonie), sono state soppiantate dall’etica ed estetica del businessman impegnato, professionale, efficiente e quadrato (che non si aspetta e non chiede rendite di posizione). La classe sociale dalla nuova mentalità stava superando le regole esistenti delle classi dominanti: l’aristocrazia, i negozianti, gli artigiani e i commercianti, che avevano costituito l’ossatura della società per sette millenni (e, nei paesi sottosviluppati, la costituiscono ancora).

L’impero britannico (e parte del Commonwealth) iniziarono l’industrializzazione. Ma la mentalità tradizionale degli Inglesi e la struttura sociale conservatrice degli aristocratici e dei professionisti militari produssero resistenza all’industrializzazione sfrenata e, in un’ultima analisi, la contennero. Negli Stati Uniti gli industriali erano la prima aristocrazia locale, la classe sociale dominante: gli Stati Uniti sono un monumento vivente al trionfo dell’industrializzazione.
Perché l’Africa, l’Asia e l’America Latina rimasero indietro? Il colonialismo certamente ostacolò l’industrializzazione delle colonie nel XIX secolo, ma il colonialismo da solo non può spiegare perché la rivoluzione industriale non è avvenuta in quattro quinti del mondo durante il ventesimo secolo.

Infatti molti sforzi vennero fatti in Asia, Africa, Europa orientale e America latina, nella maggior parte dei casi inutilmente.
L’industrializzazione fu un successo solo nelle società aperte. Quindi, più una nazione era aperta (agli stranieri e al cambiamento sociale) più beneficiò dell’industrializzazione. Al contrario, laddove si cercava l’industrializzazione senza però accettare i conseguenti cambiamenti sociali (come nei regimi comunisti, populisti o autocratici), si sprecarono enormi investimenti in infrastrutture e risorse industriali.
La Germania, il Giappone e in minor misura, la Francia e l’Italia, furono le nazioni che seguirono con successo il percorso verso l’industrializzazione, dopo i due precursori (GB e USA). In tutte queste nazioni le classi emergenti espressero una nuova mentalità, nuove regole, una nuova etica e una nuova estetica: libertarismo, utilitarismo, impressionismo, realismo, esistenzialismo, razionalismo, irrazionalismo, socialismo, cubismo, nudismo, espressionismo, etc.

Alcuni spiegano l’apertura sociale dell’Europa degli ultimi quindici secoli con la coesistenza del potere temporale (monarchia) con il potere spirituale (papato). Ma il Papa, in ultima analisi, era di fatto un altro imperatore, a quel tempo: governava una nazione e riteneva di avere il diritto morale di decidere chi dovesse governare come re nella altre nazioni (attraverso l’incoronazione). Certamente il dualismo di potere religioso e potere temporale in Europa è unico, a confronto con le altre grandi civiltà della storia (come gli Arabi, gli Indiani e i Cinesi).

Non si deve peró sottovalutare l’importanza che ha avuto, nello sviluppo europeo, la “lex mercatoria“: il sistema di precedenti giurisprudenziali sviluppato dai tribunali mercantili, per adattare il diritto romano (lo “ius commune” alle esigenze del commercio.

La legge romana sopravvisse al crollo dell’Impero Romano per mille cinquecento anni, fino al 1804, quando Napoleone l’abrogò con il “Code Civile”. Trasformando il diritto romano i mercanti crearono la Lex Mercatoria (legge mercantile). Per più di 6 secoli (dal XI secolo al 1804), i tribunali dei mercanti furono istituzioni parallele ai tribunali di stato. Ciononostante la loro autorità non fu mai messa in discussione né dai cittadini né dagli Stati assolutistici.

Solo nel 1804 Napoleone trasformò la legge mercantile nella legge dello Stato francese e la esportò in tutte le nazioni europee da lui occupate militarmente.
La legge mercantile era tecnocratica, e veniva applicata in maniera severa e omogenea in tutta Europa: prendete in considerazione la scena che si svolge al tribunale nel “Mercante di Venezia” di Shakespeare, scritto attorno all’anno 1599 e che descrive i lavori del “Supremo Tribunale della Quarantia” di Venezia del XVI secolo.
La legge mercantile proteggeva e rafforzava l’accumulazione del capitale, a spese dei diritti individuali dell’imprenditore: la legge mercantile richiedeva ai mercanti di essere solvibili, meglio se ricchi. Quindi, non è un caso che molti di loro fossero più ricchi di interi stati.
E’ un luogo comune dire che il successo delle nazioni occidentali è stato il successo dell’individualismo protestante. C’è una buona dose di approssimazione, tuttavia, in questa affermazione. Infatti la legge mercantile non era affatto individualistica. La legge mercantile proteggeva l’impresa (mercatura) e i suoi creditori a spese anche del mercante stesso. I soci occulti erano pienamente responsabili per tutte le obbligazioni del mercante cui erano associati. Un mercante che truccasse i propri libri contabili veniva punito con la detenzione. Se dichiarava bancarotta ed i suoi libri non erano in ordine, veniva messo a morte. Tutti i mercanti coinvolti in un’impresa dovevano essere personalmente e pienamente responsabili dei debiti dell’impresa. Nessuna eccezione, per nessuno. I creditori personali del mercante non potevano rivalersi sul patrimonio dell’impresa che erano destinati esclusivamente alla soddisfazione dei creditori della stessa.
Queste non sono regole individualistiche. Queste regole proteggevano la collettività dei mercanti e tutte le parti creditrici. Proteggevano l’espansione del commercio, del credito e l’incremento del patrimonio
d’impresa. La proprietà del mercante era completamente dedicata all’attività imprenditoriale del mercante.
A confronto con la lex mercatoria, la legge araba era molto più individualista: permetteva al mercante di lasciare l’impresa in ogni momento e proteggeva la sua proprietà da tutti i rischi e le responsabilità a questa connessi: queste sono le conclusioni di Timur Kuran (http://econ.duke.edu/people/kuran) nella sua splendida opera “The Long Divergence: How Islamic Law Held Back the Middle East” http://press.princeton.edu/titles/9273.html.
Il grande balzo in avanti dell’Europa occidentale nel XIX secolo è stato preparato a lungo, in un lungo periodo durante il quale la società europea è diventata più tollerante, aperta, individualista, ma al tempo stesso rispettosa dei diritti e degli interessi collettivi che erano nutriti e rappresentati da molte entità legali.

Non possiamo dare per scontato, in un momento difficile come quello attuale, ciò che è accaduto negli ultimi 2000 anni. Dobbiamo comprendere le cause che hanno reso possibile il percorso verso la ricchezza dei paesi occidentali. Dobbiamo chiederci come è stato possibile che l’Europa, che era poverissima dopo l’abolizione della schiavitù e il collasso dell’economia basata sul lavoro degli schiavi (con un reddito pro capite molto più basso dei Paesi più poveri dell’Africa al giorno d’oggi) sia stata in grado di riprendersi e di diventare più prosperosa delle altre grandi civiltà del mondo.

All’inizio del primo millennio dopo Cristo, l’Europa aveva un reddito pro capite che era più basso del 10% del reddito medio pro capite del resto del mondo (Asia, Africa, America Latina; poco si sa del Nord America e dell’Australia).

Oggi Africa, Asia e America Latina hanno meno di un quinto del PIL pro capite dell’Europa e degli Stati Uniti (vedere immagine 3), anche se negli ultimi 180 anni, il PIL pro capite ha avuto un incremento di 3 volte in Africa, 8 volte in Asia e 10 volte in America latina ed Europa dell’est.
Dopo la lunga età buia tra la fine dell’Impero Romano e l’anno 1000, l’Occidente (a quell’epoca, l’Occidente era solo l’Europa occidentale) continuò a crescere, inventare, innovare. Ma solo con l’industrializzazione il reddito personale iniziò a crescere esponenzialmente.
Lo stesso vale per il resto del mondo. In America Latina e Europa Orientale, vediamo il PIL pro capite crescere significativamente con la stessa curva crescente del mondo occidentale per la prima volta dopo il 1870, con l’industrializzazione.
La stessa cosa è vera per l’Asia, dal 1950. In Africa fino al 2000 c’era una crescita più modesta del reddito personale.
E’ chiaro che l’industrializzazione ha risolto un problema strutturale che richiede di essere risolto per poter diventare ricchi. E il problema che l’industrializzazione risolve è la bassa produttività del lavoro. Quanto grano può produrre un contadino, scavando la terra a mani nude? E’ in grado di sostentare una famiglia di 10 persone? L’ovvia risposta è che non può.
La schiavitù è stata la risposta di ingegneria sociale a questo problema, infatti in tutte le civiltà umane del VII millennio a.C. troviamo la schiavitù: Mesopotamia, America Centrale e Asia, civiltà che non avevano alcuna conoscenza dell’esistenza dell’altra.

La maniera più efficace di sostentare tutti era che la proprietà della terra e dei costosi attrezzi necessari alla coltivazione prevedesse anche la proprietà della forza lavoro: un cambiamento radicale, alla struttura sociale dei cacciatori-raccoglitori che si muovevano sulla terra come popolazioni libere e selvagge per i precedenti 50.000 anni.
Persino l’Europa occidentale fu in grado di riavviare la sua economia solo reintroducendo (nelle colonie) la schiavitù, nonostante fosse una pratica bandita dal Cristianesimo.
L’industrializzazione si è dimostrata una modalità molto migliore di accrescere il benessere rispetto all’economia schiavistica o del mercantilismo, perché ha risolto la causa della povertà (la scarsa produttività) e non il sintomo (il basso reddito e quindi i bassi tassi di accumulazione). Tutte le regole che erano state introdotte per regolamentare il commercio e il consumo dall’XI secolo in poi, trovavano la loro giustificazione pratica e morale nella scarsità.

L’industrializzazione rese possibile l’abbondanza e richiese pertanto mercati globali, regole globali e meno barriere.
Molti di coloro i quali invocano oggi il ritorno delle barriere protezionistiche, non sono consapevoli del fatto che la Cina e l’India sono diventate povere quando si sono chiuse al commercio estero. La Gran Bretagna e l’Olanda sorpassarono la Spagna e la Francia perché favorirono il commercio e l’industria, non il mercantilismo.
Ho cercato di riassumere i miei ultimi dieci anni di studi legali ed economici in meno di 2000 parole. Quindi sono sicuro di aver omesso alcuni importanti fenomeni che hanno dato forma alla storia e all’economia degli ultimi due millenni. Sarò felice di chiunque vorrà sottolineare l’importanza di alcuni eventi che non ho menzionato, cosicché, insieme, possiamo tracciare un quadro più dettagliato di quale sia la nostra origine.

Sapere da dove veniamo è di estrema importanza, oggi, perché ci mostra un’evoluzione. Ci mostra un percorso (piuttosto lineare) che l’Occidente ha seguito per diventare ciò che è oggi. Ci mostra inoltre la direzione del nostro divenire: la direzione sociale, la direzione culturale, la direzione economica e politica.
In breve, l’evoluzione dell’Occidente si caratterizza per l’abilità di evolvere socialmente, di essere culturalmente aperto e tecnologicamente innovativo e di generare il più grande cambiamento sociale di tutti i tempi (dopo la fine della struttura tribale della società): l’ascesa dell’industria e di una classe di industriali che hanno risolto il problema della scarsità e della bassa produttività del lavoro.
Ma qualcosa è cambiato, apparentemente, negli ultimi dieci anni: gli Stati Uniti si avviano verso un default tecnico del proprio debito pubblico, se nessun compromesso politico sul budget federale viene raggiunto prima della fine del 2012.
La Spagna ieri ha chiesto un salvataggio massiccio del proprio sistema bancario.
La Grecia è in default tecnico.
L’Irlanda e il Portogallo sono state salvate.
Italia e Francia appaiono piuttosto instabili a causa del forte indebitamente pubblico.
La crescita è in diminuzione ovunque, persino nei paesi in fase di sviluppo.
L’Occidente è diventato di nuovo povero in dieci anni?
Dove stiamo andando?